venerdì 23 marzo 2012
Il primo amore non si scorda mai
Il 23 marzo 1919, a piazza San Sepolcro, a Milano, venivano fondati i Fasci di Combattimento, nucleo primigenio di un fascismo, nato dal matrimonio celebrato in trincea, con spirito e sangue, tra futurismo, arditismo e sindacalismo rivoluzionario. Il suo motto, “me ne frego” era stato scritto, come ebbe a dire Mussolini, sulle bende delle feirte con il sangue delle ferite.
Il fascismo rappresenta, a tutt'oggi, la più giovane, la più recente, la più attuale espressione politica. Nata almeno settant'anni dopo l'ultima espressione precedente, eretica, pragmatica e volta al futuro, la concezione politica fascista è, oggi come ieri, di avanguardia e, oggi come ieri, è la sola ad offrire risposte sia immediate, parziali, episodiche, che sistemiche, organiche e futuribili.
Malgrado una guerra mondiale mossa contro il fascismo e i popoli dal crimine organizzato, dalle banche, dalle oligarchie e dalle mafie, una guerra mondiale che ha prodotto decine di milioni di morti e ha inginocchiato l'Europa e schiavizzato il mondo, ogni giorno che passa il fascismo è più attuale e presenta risposte efficaci e condivisibili al disastro generalizzato. Risposte efficaci e condivisibili che non si fondano sul rifiuto refrattario e codino dell'attualità ma sulla sua trasformazione nel nome di una gestione efficace, volontaristica, etica, spirituale e comunitaria..
Mentre l'antifascismo boccheggia e agonizza invischiato nei disastri assoluti che ha prodotto e il fascismo si dimostra sempre più attuale e salutare, riteniamo utile riproporre il documento storico del suo primo programma. Che, come è proprio della mentalità fascista, è appunto un programma, dunque modificabile, interpretabile e riscrivibile, e non un dogma di eunuchi.
Italiani!
Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore, perché antipregiudizievole. Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti. Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali ecc. li tracceremo quando avremo creato la classe dirigente.
Per questo noi vogliamo
Per il problema politico:
a) Suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b) Il minimo di età per gli elettori abbassato ai 18 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
c) L'abolizione del Senato.
d) La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) La formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni ecc. eletti dalle collettività professionali e di mestiere, con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario generale con poteri di Ministro.
Per il problema sociale
Noi vogliamo:
a) La sollecita promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b) I minimi di paga.
c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria.
d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sull'invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età proposto attualmente da 65 anni a 55 anni.
Per il problema militare
Noi vogliamo:
a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi periodi d'istruzione e compito esclusivamente difensivo.
b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo.
Per il problema finanziario
Noi vogliamo:
a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera e propria espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b) Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi. c) La revisione di tutti i contratti di forniture di
guerra ed il sequestro dell'85% dei profitti di guerra.
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Anniversari
sabato 17 marzo 2012
Ancora soldi pubblici all'Arcese
Arcese: niente licaziamenti
ma cassa integrazione per 240
TRENTO - Alla fine Arcese non ha licenziato nessuno. L'accordo raggiunto ieri al ministero del Lavoro a Roma tra azienda e Cgil, Cisl, Uil nazionali e trentine prevede che non venga attivata nessuna procedura di mobilità e invece parta dal 1° aprile la cassa integrazione straordinaria a rotazione per un anno per 240 dipendenti, dieci in meno degli esuberi annunciati dall'azienda il 30 gennaio. Circa 80 lavoratori, un terzo del totale, fanno capo alle sedi trentine di Arco e Rovereto. Il numero però è quello massimo. Il ricorso alla cassa sarà modulato in base all'andamento del mercato.
In particolare, dei 383 autisti in forza ad Arcese Trasporti, andrà in cassa straordinaria un massimo di 190 lavoratori. La cassa integrazione sarà a rotazione, settimanale o bisettimanale. Dei 73 operai, invece, potranno essere messi in cassa integrazione un massimo di 10. Dei 389 impiegati, il tetto massimo previsto dall'accordo è 40 persone, sempre a rotazione. Sono trentini una settantina di autisti e una decina tra operai e impiegati.
Per quanto riguarda la mobilità, resta la possibilità di una scelta su base volontaria e senza numeri predefiniti per chi è vicino alla pensione. Domani i sindacati porteranno l'accordo alla discussione delle assemblee dei lavoratori di Arcese Trasporti. «Abbiamo fatto quello che potevamo - afferma Roberto Papapietro della Fit Cisl - Siamo comunque riusciti a evitare i licenziamenti e a ridurre di 10 i lavoratori interessati dalla cassa integrazione». Soddisfazione non si può esprimerla perché si tratta pur sempre di un provvedimento di interruzione periodica del lavoro, con prospettive ancora incerte sull'andamento futuro dell'azienda. Ma un certo sollievo per aver evitato un taglio drastico si percepisce nelle parole dei sindacalisti.
A Roma c'erano i rappresentanti nazionali di categoria e quelli trentini, Paolo Sboner e Giuseppe Dossi della Filt Cgil, Papapietro e Giovanni Giorlando della Fit Cisl. Della Uil Trasporti erano presenti i dirigenti nazionali. Resta l'amarezza dei sindacalisti Cgil, Cisl e Uil per gli attacchi arrivati dai Cobas, che li hanno accusati di avallare i licenziamenti e di farlo in segreto. «Chi opera concretamente invece ottiene risultati» osserva il segretario provinciale Fit Cisl Giuseppe La Pietra . La stessa azienda aveva dichiarato nelle scorse settimane di voler limitare l'impatto sociale della riduzione di lavoro. Un'azione di pressione era stata svolta anche dalla Provincia, in particolare dall'assessore Alessandro Olivi , mettendo sul piatto i nuovi progetti sulla logistica e l'intermodale a Rovereto.
Resta l'incognita dell'andamento aziendale e del mercato, che non si annuncia positivo a breve termine. Arcese punta a spostarsi sempre più dal trasporto con i tir ai servizi di logistica.
l'Adige 16/03/2012
***
"non ha licenziato nessuno": per quanto ancora? E' una frase già sentita anni fa quando l'Arcese ha preso a larghe mani dalla Provincia. Frutto dei soliti accordi dei sindacati con gli industriali sulle spalle dei lavoratori.
Poi è davvero questa la soluzione? In un periodo di forte crisi economica lo stato paga l'80% della cassa integrazione di un'azienda che sposta i suoi investimenti all'estero.
Questi signori, in accordo con politici e sindacati, stanno vendendo l'Italia, e il futuro di intere generazioni. Dalla crisi non si uscirà mai finché siamo in balia degli aguzzini.
martedì 13 marzo 2012
Contrordine Compagni!
Aggredito davanti al Circolo operaio San Giorgio,
nove nomadi ubriachi hanno preso a calci un volontario: costola rotta
ROVERETO. Picchiato senza risparmio da un gruppo di nomadi ubriachi, è finito in ospedale con una costola rotta e gli arti tempestati di lividi. Tutto per aver tentato di persuadere il gruppo, incattivito dagli alcolici, ad uscire dal Circolo operaio di San Giorgio dove stavano infastidendo i soci. Fabrizio Lorenzi, ex consigliere comunale, ci è rimasto male. «Alcuni di questi giovani li conosco, uno abita qui vicino. Non mi aspettavo una reazione simile».
Il gruppetto, composto da nove nomadi, era entrato al Circolo attorno domenica pomeriggio. Non hanno fatto nulla per nascondere di essere alterati dall'alcol, tanto che la donna al bancone (moglie di Lorenzi) ha rifiutato loro da bere. Questi hanno insistito e uno di loro, che si fa chiamare Elvis, ha chiesto di parlare con Lorenzi. La moglie lo chiama e il nomade chiede a Lorenzi di lasciar correre. «Dài, stiamo festeggiando un compleanno, lasciaci bere qualcosa». Lorenzi tiene duro: «No, sapete bene che non potete restare lì. Non siete soci dei Circolo». Ma Elvis insiste, e siccome Lorenzi ha un'idea precisa di cosa significhi mettersi a discutere con un gruppo numeroso e ubriaco, acconsente, ma a una condizione: «D'accordo - spiega a Elvis -, ma solo una birra. Poi ve ne dovete andare». Incassato l'ok dei nomadi, Lorenzi si veste e si prepara per uscire: vuole andare di persona al Circolo per capire cosa sta succedendo.
Quando arriva, pochi minuti più tardi, gli si fa incontro un ragazzo del Circolo. Racconta che i nomadi volevano giocare al biliardo in quel momento occupato dallasua compagnia, e che era nata un'accesa discussione in merito a chi avesse diritto di giocare. Infatti i nove nomadi erano già all'esterno del Circolo, e stavano discutendo con gli altri ragazzi e la banconista. A dirla tutta, avevano iniziato a insultare la donna con epiteti pesantissimi e minacciosi. «Quando sono arrivato ho chiesto a Elvis cosa stesse succedendo e li ho invitati ad andarsene. Lui m'ha risposto "Sei un razzista". E poi insulti, minacciando di violentare mia moglie. "Spacchiamo le gambe ai tuoi cavalli" m'hanno detto, sanno che ho la passione dell'equitazione. Poi m'ha sputato in faccia. A questo punto ho fatto un passo avanti, ma non ho avuto il tempo di dire nulla perchè gli altri otto che mi stavanmo attorno m'hanno scaraventato a terra, iniziando a prendermi a calci. Qualcuno dei ragazzi ha chiamato i carabinieri e i nomadi, appena capito che lì sarebbe arrivata presto una pattuglia, sono fuggiti».
Tra i ragazzi che hanno assistito all'aggressione, alcuni hanno avuto la prontezza di copiare su un foglio i numeri di targa delle due auto su cui i nomadi sono fuggiti: una Alfa e una Golf. Consegnatele ai carabinieri, hanno però scoperto subito che quei numeri serviranno a poco. Corrispondono infatti ad altre auto. E' dunque probabile che si tratti di targhe autentiche ma smontate da altre vetture.
Ieri Lorenzi si è recato dai carabinieri per sporgere denuncia. Per ora contro ignoti. «Tre o quattro dei miei aggressori li saprei riconoscere subito». Già, ma mancano ulteriori appigli. I nomi, le foto segnaletiche, un riconoscimento di massima. Nei prossimi giorni i militari dell'Arma provvederanno a sentire gli altri testimoni dell'aggressione, a partire dalla moglie di Lorenzi.
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Obbedienza cieca, pronta, assoluta. - Contrordine compagni!
La frase pubblicata sull'Unità: "Riempite i circoli di rom" contiene un errore di stampa e pertanto va letta "Riempite i circoli di rum"
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giovedì 8 marzo 2012
La Festa dell'Albero secondo "La Foresta che Avanza"
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mercoledì 7 marzo 2012
La regione dorata dei senza futuro
TIONE - Il 16 marzo il Tribunale di Trento deciderà se per la Molinari srl Poltrone e Divani di Tione si potrà addivenire ad un concordato preventivo. Nel frattempo più di una ventina tra la cinquantina di lavoratori che l'azienda vantava sino a qualche anno fa, deve fare i conti con il problema di essere rimasto senza lavoro. In un periodo di crisi dai contorni difficilissimi. Quattro di loro sono cinquantenni, con ulteriori difficoltà di ricollocamento sul mercato del lavoro e più della metà sono donne. «Ma tutti o quasi abbiamo coniuge, figli e talvolta un mutuo sulla casa, senza entrate dal maggio del 2011. Stiamo lottando per la sopravvivenza».
Luigi Giovanelli, Barbara Bonazza e Giuseppe Camera sono tre dipendenti della Molinari ma dicono di rappresentare «la quasi totalità dei colleghi». La loro azienda, raccontano, è nata nel 1987 lavorando sul design di alta qualità, anche con produzioni per conto terzi, grandi firme. Il massimo sviluppo l'azienda lo conobbe verso il 2000: «I dipendenti arrivarono ad essere 52 o 53». Barbara fu assunta nel 1995, Luigi nel 2000 e Giuseppe nel 2001. «Sempre ottimo - precisano - il rapporto con la proprietà. Fino a 7-8 anni fa abbiamo lavorato al massimo, non siamo riusciti nemmeno a capire bene come poi la situazione sia crollata».
La Molinari esportava molto in Germania, Belgio, Stati Uniti e Nord Europa. «I primi sintomi del crollo si ebbero a partire dall'11 settembre, dal crollo delle Torri gemelle a New York. Poi altri segnali nel 2003. La prima Cassa integrazione, poche ore a rotazione. Una cosa equa nei confronti di tutti». Ma poi, in progressione, l'azienda avrebbe percorso tutti i tristi passaggi della "crisi", con la necessità di ricorrere agli ammortizzatori sociali per l'integrazione del reddito dei dipendenti. «Eppure l'azienda si era sempre impegnata ad innovare, a fare ricerca, partecipava alle maggiori fiere del ramo, da Milano a Francoforte».
Nel 2006 i primi quattro licenziamenti. E dal 2008 il tracollo, dovuto alla deflagrante crisi mondiale: cassa integrazione seguita nel 2009 da un contratto di solidarietà in cui tutti i lavoratori decisero con la proprietà, pur di lavorare tutti, di farlo con orario minore e minore salario. «Le provammo tutte». Qualche lavoratore durante questo tragitto ebbe la fortuna di trovare un altro posto di lavoro, o di potersi pensionare. «Arrivammo ad un numero di circa 25 dipendenti. Dal maggio del 2010 una quindicina di noi finì in Cassa integrazione straordinaria a zero ore mentre gli altri continuavano col contratto di solidarietà».
Dal 17 maggio del 2011 quella quindicina di persone non riceve più nessun sostegno al reddito, né da parte dell'Inps e nemmeno da parte della Provincia. «Ora siamo in attesa di sapere del nostro destino». Altri 6-7 dipendenti lavorano invece alla Molinari con lavoro saltuario, da settembre con la difficoltà a ricevere un salario. Oltre allo scoramento tra i lavoratori serpeggia anche una certa rabbia: «I dipendenti - ci dicono i tre lavoratori - se ne sono stati zitti e buoni sinora anche perché l'azienda e il sindacato ci avevano garantito che l'azienda avrebbe chiesto il concordato preventivo. Doveva avvenire a settembre, poi si è scivolati e la richiesta è stata depositata a dicembre. Ora se passerà il concordato l'azienda potrebbe anche sopravvivere in qualche modo e in altra veste, altrimenti si arriverà al fallimento. Per noi il maggio scorso avrebbe dovuto scattare la Cassa integrazione in deroga. Ma per ragioni dovute al datore di lavoro e alla burocrazia provinciale non se ne è fatto niente. Quindi, se sarà fallimento, noi avremmo perso anche questa opportunità di integrazione del nostro reddito. Se il tribunale deciderà per il concordato invece i lavoratori potranno recuperare qualcosa».
Fin qui la vicenda lavorativa in sé. Ma dietro ci sono i risvolti sociali e psicologici, pesantissimi. «Dietro i lavoratori che non sono ancora riusciti a ricollocarsi ci sono storie di vita, di lotta e di sofferenza. Quattro o cinque di noi sono cinquantenni. E praticamente tutti abbiamo figli e dobbiamo lottare per la sopravvivenza». Vite ordinarie che però oggi si svolgono nella straordinaria precarietà. «Per più della metà si tratta di donne. - dice Barbara Bonazza - Io compio 40 anni, ho due figli. Mio marito per fortuna lavora ma è un dipendente, non grandi guadagni. Io da un anno e mezzo sono a casa, soffro di ansia e sono dimagrita. Non mi spaventa un nuovo lavoro ma è difficilissimo trovarlo». Luigi Giovanelli lavora da 32 anni, ha moglie e due figli: «Da 8 mesi non porto a casa nulla. Ho fatto varie domande di impiego ma nulla. Mia moglie lavora, è commessa, ma non basta per la famiglia. Io mi sento male. Le prospettive a 49 anni? Un drammatico punto interrogativo». Anche Giuseppe Camera è cinquantenne: «Non dormi alla notte. - dice - Vai a letto pensando al lavoro e ti alzi con lo stesso pensiero. Ti senti mancare la dignità, ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Un essere umano in questi frangenti rischia di perdersi».
Renzo Grosselli per l'Adige 07/03/2012
***
Prendiamo uno regione. Una regione che ha fatto scuola, tra le altre cose, per il livello massimo di clientelismo tra politici e associazioni o amici.
Prendiamo uno Stato. Uno Stato con a capo una lobby, insediata in maniera antidemocratica, che sta stringendo il cappio in maniera sconsiderata, con la scusa di evitare un male di certo non peggiore della cura.
Prendiamo un popolo. Un popolo oppresso dai governanti, preso per il culo dai politicanti di ogni livello, in balia di se stesso o in mano ad incapaci.
Ci sono rivoluzioni scoppiate per molto meno.
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La mafia SIAE continua ad opprimere
La SIAE multa i maccheroni: 1.000 €
Quest'anno nessun contributo alla beneficenza da parte del Comitato Maccheroni di Isera. Quanto raccolto attraverso le offerte libere nel pomeriggio dello scorso 18 febbraio servirà a coprire la multa da 953,27 euro comminata dalla Siae per aver tenuto, vicino l'area che ospita le cucine, una radio accesa. Galeotta fu la passione sportiva di due tra i volontari lagarini, che si sono portati da casa un apparecchio per seguire le informazioni sulla squadra del cuore anche durante la preparazione dei maccheroni.
«Una radio vicina ai volontari in cucina c'è sempre stata - commenta Giorgio Chiusole, 72enne di Marano, presidente storico del comitato -. In 57 anni di storia dei maccheroni di Isera, non era mai successa una cosa simile». La multa, arrivata a cucine già chiuse, ha gettato un'ombra su quella che fino a quel momento era stata una giornata di successo, che aveva visto molte persone da tutta la Vallagarina «invadere» il cortile della scuola elementare per gustare la pasta al ragù e, in tanti, versare un contributo. Contributo che quest'anno andrà nelle casse della Società italiana degli autori ed editori, l'ente pubblico a base associativa nato per proteggere ed esercitare l'intermediazione dei diritti d'autore.
Quando quel sabato l'operatore della Siae giunge in piazza, la festa carnevalesca è ormai agli sgoccioli. La radio («poco più di un elettrodomestico» assicura Chiusole) è ancora in funzione, e adesso diffonde le trasmissioni di una stazione radio specializzata in musica italiana anni '60. L'arrivo dell'incaricato della Siae non è ben accolto, e ancor meno la sua constatazione che una radio accesa durante un evento pubblico è soggetta alla legge sulla tutela del diritto d'autore e che quindi occorre, come stabilisce la legge, pagare il dovuto.
Secondo alcuni testimoni alla fine sarebbe volata anche una «mestolata» ai danni dell'incaricato Siae. Almeno, è quanto lui stesso ha affermato pubblicamente da subito nella piazza, e che ha ribadito poi alla pattuglia di polizia intervenuta sul posto. Chiusole per parte sua dichiara di non aver visto nulla, se si esclude il funzionario urlante, dato che alle sei mezzo, quando si sarebbe verificato l'«attacco», la piazza era praticamente al buio. Fra i testimoni sentiti dall'Adige il sentimento dominante è che il gesto della «mestolata», seppur infelice, volesse essere più che altro un gesto goliardico e non un'offesa; un atto dettato. forse, anche dal clima carnevalesco della giornata.
Quando il giovedì successivo Chiusole si reca negli uffici della Siae di Rovereto il clima scherzoso non è più neanche un ricordo; gli viene contestata la multa. «Ho pagato subito di tasca mia - spiega -. Adesso vedremo quanto raccolto con le offerte. Certo che quei 500, 600 euro che riuscivamo a versare all'Associazione Amici del senatore Giovanni Spagnolli o alla Cooperativa Villa Maria di Lenzima, quest'anno non li avremo».
Non è stato possibile contattare l'agenzia roveretana della Siae, e la sede di Trento, cui gerarchicamente la sede della Città della Quercia fa riferimento, non ha voluto commentare in alcun modo l'accaduto, rimandando il tutto alla sede centrale romana, cui obbligatoriamente spetta la comunicazione. Il Comune di Isera, che contribuisce finanziariamente all'organizzazione della festa, si riserva qualsiasi commento in attesa che la vicenda sia verificata in pieno.
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1000 € tolti alla beneficenza nelle casse della mafia legalizzata.
Un ulteriore dimostrazione che il cittadino è in balia dell'arroganza dei parassiti legalizzati, protetto da nessuno.
Altro che mestolate...
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sabato 3 marzo 2012
Con l'azione all'Arcese nasce BLU - il sindacato di CasaPound
Autotrasporto: "Arcese prende i soldi e scappa in Romania"
Blitz CasaPound Italia e Blocco Lavoratori Unitario a Riva del Garda
Striscione e presidio contro 250 licenziamenti e delocalizzazione ‘occulta’ dell’azienda trentina
Riva del Garda, 3 marzo – “Arcese prendi i soldi e scappa… in Romania”. Questo lo slogan sugli striscioni, a firma CasaPound Italia e Blocco dei Lavoratori Unitario, affissi nella notte dinanzi alla Arcese spa, azienda trentina dell'autotrasporto tra le più grandi in Italia che, spiegano l’associazione e il sindacato in una nota, ‘’starebbe per avviare una procedura di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati, praticamente un quarto dei dipendenti (in Italia sono circa 1.100, 4mila in tutto il mondo). Tutto questo mentre non si fermano le assunzioni nelle filiali estere in Slovacchia, Polonia e Romania’’. Nel pomeriggio i militanti di CasaPound Italia, insieme ai lavoratori del Blu, sindacato apartitico alla sua prima iniziativa pubblica, volantineranno per le vie del centro, a Riva del Garda, per denunciare, a partire dal caso Arcese, come ‘’le multinazionali nostrane licenzino lavoratori italiani, si finanziano con soldi pubblici e intanto delocalizzino all'estero’’.
‘’In tutta la vicenda dell’azienda trentina – fanno sapere Blu e Cpi – c’è un ulteriore punto oscuro, che non trova conferme ufficiali ma nemmeno smentite: Arcese, che all'estero gode di sgravi fiscali considerevoli, avrebbe cominciato a cercare personale comunitario, immatricolando molti dei suoi mezzi nei paesi in cui sono state aperte le filiali della società. I camionisti stranieri, per poche centinaia di euro al mese, arriverebbero in Italia con la motrice Arcese slovacca, agganciando un rimorchio italiano e fermandosi a lavorare per settimane nel nostro paese’’.
‘’La politica industriale della provincia dimostra il suo ennesimo fallimento - sottolinea Alessandro Marocchi, coordinatore provinciale di CasaPound Italia Trentino – Arcese, come molte altre imprese multinazionali trentine, ha ricevuto un finanziamento pubblico nel 2009 sotto forma di lease-back per 18 milioni di euro circa, dopo un periodo di grosso ridimensionamento ma ha continuato comunque a soffrire la crisi di settore e la crisi economica. Chiediamo che la società faccia chiarezza sulle sue intenzioni e che vengano tutelati i lavoratori in Italia, con la cessazione immediata della politica provinciale di finanziamento per le imprese che delocalizzano all'estero per sfruttare dipendenti a basso costo”.
Ufficio Stampa CasaPound Italia Riva del Garda
casapoundriva@yahoo.it
Protesta di CasaPound contro la ditta Arcese: nella notte, gli attivisti hanno collocato, presso gli uffici di Arco, volantini e striscioni che recitano "Prendi i soldi e scappa in Romania", in polemica con l'azienda che - dicono - acquisisce finanziamenti provinciali per ricorrere a manodopera sottopagata dell'est. Con le stesse motivazioni CasaPound ha annunciato per il pomeriggio a Riva del Garda un presidio.
AUTOTRASPORTO:
"ARCESE PRENDE I SOLDI E SCAPPA IN ROMANIA"
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giovedì 1 marzo 2012
Il genio all'improvviso
Anziani? Una risorsa per i giovani
"Gli anziani sono una risorsa anche per i giovani che devono affrontare la crisi". Lo ha detto il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, nel corso della premiazione del concorso 2012 "Il tempo dei giochi e i giochi di un tempo" promosso dall'Upipa. Dorigatti ha firmato anche un appello dal titolo "Insieme per invecchiare bene", manifesto che pone al centro la qualità della vita e dei rapporti umani nella tarda età.
Dorigatti ha sottolineato che manifestazioni come queste sono importanti "perchè permettono di recuperare il valore degli anziani, il valore della memoria che ci consente di affrontare con più forza le sfide, anche quella che ci è imposta dalla crisi che stiamo vivendo. Perchè gli anziani possono raccontare ai giovani le difficoltà che incontrarono dopo le distruzioni della guerra, la fatica di uscire dalla povertà e quindi dar loro forza".
***
C'avete eliminato le pensioni, c'avete tolto la possibilità di comprere casa, c'avete tolto il lavoro fisso, anzi c'avete proprio tolto il lavoro, c'avete rubato il futuro.
Tranquilli che i giovano il loro spazio se lo prendono a costo di prendervi tutti a calci in culo.
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lunedì 27 febbraio 2012
Arcese delocalizza con i soldi pubblici
Arcese licenzia in Italia, assume in Romania
e prende soldi pubblici
A lanciare l'allarme sono i sindacati: Arcese, azienda trentina dell'autotrasporto, una delle più grandi in Italia, licenzia circa un quarto dei dipendenti italiani mentre usufruisce di aiuti pubblici e, soprattutto, mentre assume in Romania. L'azienda, che dovrebbe chiudere il terzo bilancio in rosso, per ora non commenta, né parla la Provincia di Trento. Ma intanto il Senato aiuta il settore del trasporto su gomma a non subire la concorrenza di quello su rotaia.
L’allarme è partito pochi giorni fa dal responsabile del Sindacato di Base Multicategoriale di Trento, Fulvio Flammini: Arcese Trasporti Spa, con sede ad Arco (Trento) una delle più grandi società italiane di autotrasporto, guidata da Eleuterio Arcese, presidente di Anita (associazione di categoria aderente a Confindustria), «ha avviato lo scorso 30 gennaio le procedure di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati, praticamente un quarto dei dipendenti (in Italia sono circa 1.100, 4mila in tutto il mondo, nda)».
Consapevole che la crisi del settore è forte, Flammini ha tuttavia sottolineato almeno tre aspetti peculiari dell’iniziativa: «Ci sono voluti 20 giorni perché, indirettamente, venissimo a sapere che Arcese – seguendo la normativa che prevede che in caso di richiesta di mobilità l’azienda convochi solo le sigle firmatarie del contratto nazionale – aveva, per avviare la procedura, già incontrato due volte a Roma (8 e 17 febbraio) i responsabili di Cgil, Cisl e Uil. Che evidentemente non hanno ritenuto opportuno comunicare alla totalità dei dipendenti che un quarto di loro rischia il licenziamento». Un comportamento dei sindacati maggiori che Flammini riconduce ai dissidi fra le associazioni dei lavoratori in seno ad Arcese: «Sono mesi che, insieme agli altri sindacati di base (Slai Cobas e Confederazione Cobas) cerchiamo di eleggere le Rsu, subendo il boicottaggio della “triplice”, che, consapevole di essere minoritaria, continua a ostacolare la nomina».
Giuseppe La Pietra, responsabile provinciale di Fit Cisl (la sezione del sindacato dedicata ai trasporti) ha replicato a Flammini, sostenendo che «non è stato comunicato nulla per il semplice fatto che l’azienda non ha presentato un preciso piano di impresa: non avendo dati certi, non potevamo dare notizia di alcunché, anche perché la procedura di mobilità non è stata da noi accettata e non è partita. Nel secondo incontro, quindi, il tavolo è saltato e adesso aspettiamo una convocazione dal Ministero, dopo che la Provincia non ci ha invitato al vertice organizzato con l’azienda (il 21 febbraio, nda)».
Il rapporto fra la Provincia di Trento – nello specifico rappresentata dall’assessore all’Industria Alessandro Olivi – e Arcese è proprio il secondo aspetto peculiare evidenziato da Flammini, ricordando l’operazione di leaseback con cui l’ente nel 2009 comprò da Arcese per 18,6 milioni di euro un’area di 47mila mq per poi riaffittarla all’azienda. Come ricordato dalla Provincia stessa (pag.45), l’operazione mirava allo sviluppo del traffico su rotaia e vincolava l’azienda a mantenere 791 dipendenti nelle sue sedi in provincia di Trento. «Sorvolando sulle modalità con cui si è mascherato un contributo pubblico ad un’azienda del territorio in crisi, questa è la ragione» ha commentato Flammini «per cui chiediamo innanzitutto che la Provincia faccia pressione perché Arcese, prima della mobilità, faccia richiesta di misure più idonee a garantire la salvaguardia del lavoro, come ad esempio la cassa integrazione straordinaria (fra una settimana terminerà quella ordinaria per 168 dipendenti, nda), e secondariamente che pretenda da Arcese la restituzione dei 18,6 milioni, essendo venuta meno la clausola del mantenimento dell’occupazione. Se ciò non avverrà denunceremo il fatto alla procura competente e poi ci rivolgeremo anche all’Inps per le ‘strane’ casse integrazioni che in Arcese hanno preceduto i licenziamenti».
Il riferimento alla procedura di cassa integrazione ordinaria in essere, avviata due anni fa, chiama in causa il terzo punto oscuro della vicenda. Sia Flammini che il collega Antonio Mura (in un’intervista al Trentino), infatti, hanno affermato che, a fronte dei tagli operati da Arcese da tre anni a questa parte nella forza lavoro italiana, soprattutto fra gli autisti, la società avrebbe cominciato a cercare e ad assumere personale comunitario, ma proveniente da paesi esteri (Slovacchia e Romania in particolare), immatricolando molti dei suoi mezzi in paesi in cui sono state aperte apposite filiali (l’ultima in Romania). Il che stonerebbe con i soldi che il contribuente (attraverso l’Inps) spende per pagare il personale di Arcese in cassa integrazione.
Difficile naturalmente trovare conferme ufficiali a tale pratica. Certo che a farsi un giro fra i forum dei camionisti rumeni e i siti di annunci di offerte di lavoro a Bucarest e dintorni parrebbe che presso Arcese Transport Srl (società di diritto rumeno con sede a Cluj) le assunzioni siano fioccate, anche in tempi recenti (si veda ad esempio qui, qui e qui).
L’azienda – che dovrebbe chiudere il terzo bilancio negativo di fila (-16,8 milioni di euro nel 2009 e -19,6 l’anno dopo) con un fatturato in calo (circa 250 milioni contro i 288 del 2010) – ha per ora mantenuto il riserbo: «Preferiamo non commentare. Stiamo cercando di uscire da questa situazione tutelando il più possibile i dipendenti e un gruppo che dà lavoro non a 250 persone, ma a 4mila» ha commentato Aurora Arcese. Nonostante un giorno e mezzo di approcci con il suo ufficio stampa l’assessore Olivi non ha invece trovato il tempo di rispondere alle nostre domande e di fornire un resoconto del meeting con l’azienda.
A proposito di politiche per l’intermodalità e dello switch dalla gomma alla rotaia, è curioso (quanto forse intempestivo), infine, che proprio Anita abbia diffuso questo comunicato: «La Commissione Esteri del Senato ha votato un provvedimento che conferma la volontà dell'Italia di escludere le infrastrutture per il trasporto dall'accordo internazionale che tutela il sistema ambientale alpino. Siamo soddisfatti che il Senato abbia confermato la decisione assunta dalla Camera nel 2010, sostenuta dal precedente Governo e dalla Consulta generale per l’autotrasporto e la logistica. Si tratta di un risultato importante che auspichiamo venga approvato definitivamente in aula», ha dichiarato Eleuterio Arcese, presidente di Anita. «La ratifica del Protocollo trasporti comporterebbe la rinuncia del nostro Paese alla costruzione e al potenziamento delle infrastrutture stradali sulle Alpi, con inevitabili ripercussioni sul traffico stradale dell’arco alpino, già penalizzato da misure restrittive di transito. Una limitazione al traffico stradale di merci, in assenza di una valida alternativa ferroviaria, penalizzerebbe non solo l’autotrasporto ma l’intero sistema economico italiano».
Speriamo che prossimamente Arcese possa spiegare anche quale parte dei soldi necessari a costruire «una valida alternativa ferroviaria» sulle Alpi, da decenni mancanti, venga ogni anno spesa dallo Stato per tenere in piedi i bilanci delle aziende di autotrasporto.
Fonte: http://www.linkiesta.it/arcese-romania#ixzz1naykIpls
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Sistema mafioso e assassino. Ecco chi si prende il nostro futuro.
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venerdì 24 febbraio 2012
Buttafuoco a Pergine Valsugana
Pergine Valsugana, Auditorium don Milani
Venerdì 24 febbraio 2012 - ore 20.30
Un libro che regala al lettore una certezza e una speranza. La certezza è quella di trovarvi la conferma che Pietrangelo Buttafuoco è, indiscutibilmente, uno dei più originali scrittori contemporanei. La speranza è quella di immaginare un futuro di pace e armonia nel più bel continente del mondo, il “continente liquido”: il nostro splendido Mediterraneo.
per info: www.vxp.it
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