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giovedì 9 febbraio 2012

1983 - 2012: Paolo presente!


Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.
Paolo Di Nella

L'aggressione...
Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.


29 anni fa moriva Paolo Di Nella:
“vittima della violenza politica”.
Dall’oblio alle targhe politically correct
Non per rivangare il passato né per un semplice diritto al ricordo ma per dovere di cronaca e di verità, perché un passante che dovesse imbattersi in “via Paolo Di Nella”, all’interno di Villa Chigi, non capirebbe. Di chi si parla? «Vittima della violenza politica», si legge nella targa. La definizione non aiuta. Non più l’oblio o la mistificazione, (si disse a caldo che venne ucciso per una faida interna) adesso c’è la generalizzazione, il “dico non dico”, quasi un senso di imbarazzo, non solo per i morti degli anni di piombo (dall’una e dall’altra parte) ma anche per un ragazzo del Fdg, ucciso a vent’anni, il 9 febbraio 1983, “per futili motivi” si legge nell’archiviazione del processo ai responsabili. Sprangato da due ragazzi fermi alla fermata dell’autobus nel quartiere Africano della capitale. Lo ridussero in coma e Di Nella morì al Policlinico di Roma dopo 7 giorni di coma. Fascista? Terrorista? Nemico? Gli anni di piombo sono alle spalle, la destra giovanile ha compiuto passi importanti nel superamento dei cosiddetti “opposti estremismi”, una parte della sinistra comincia a fare autocritica. Paolo era un ragazzo mite, che si impegnava per l’intera comunità di quartiere con il pallino di restituire un parco pubblico ai cittadini. Era colpevole di affiggere manifesti scritti a mano per l’esproprio di Villa Chigi. Tanto bastò a fracassargli il cranio. Violenza politica? È una dizione “politicamente corretta”, più attenta a non offendere gli eredi dell’antifascismo militante e l’intelligenza progressista che alla verità. Per Paolo Di Nella, come per Alberto Giaquinto o Alberto Cecchin, la dizione scelta non aiuta l’Italia a ritrovare nella memoria collettiva una nuova appartenenza. Oggi per Paolo si terrà la consueta commemorazione a piazza Gondar, saranno in tanti come sempre da 29 lunghi anni. Ma sarebbe una svolta per tutti se andasse un pezzo di popolo italiano, di destra, di sinistra, di centro, di niente...
(Gloria Sabatini per il Secolo d'Italia)

giovedì 29 dicembre 2011

1890: il massacro di Wounded Knee


Il Massacro di Wounded Knee è il nome con cui è passato alla storia un eccidio di Miniconjou, un gruppo di Lakota Sioux da parte dell'esercito degli Stati Uniti d'America commesso il 29 dicembre 1890 nella valle del torrente Wounded Knee.

Negli ultimi giorni del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, alla notizia dell'assassinio di Toro Seduto, partì dall'accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Bridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa.
Il 29 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria Settimo Reggimento guidato dal maggiore Samuel Whitside, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici Hotchkiss. Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l'indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane Miniconjou sordo, tardò a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai soldati e, mentre deponeva l'arma, partì un colpo a cui seguì un massacro indiscriminato. Il campo venne falciato dagli Hotchkiss ed i morti accertati furono 153. Secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou presenti, ne morirono quasi 300.
Venticinque soldati furono uccisi, alcuni probabilmente vittime accidentali dei loro compagni.
Dopo aver messo in salvo i soldati feriti, un distaccamento tornò sul campo dove furono raccolti 51 indiani ancora vivi, quattro uomini e 47 tra donne e bambini. Trasportati a Pine Bridge, furono in seguito ammassati in una chiesetta ove (per gli addobbi natalizi) si poteva leggere la scritta: « Pace in terra agli uomini di buona volontà. »

mercoledì 28 dicembre 2011

Storie dei 150: Il Brigante


Carmine Crocco di origine contadina nel lucano (Potenza),la sua famiglia venne distrutta dai soprusi di un signorotto locale : il padre in galera ingiustamente, la madre incinta picchiata a morte, quando toccò a sua sorella che fù violentata e sfregiata in volto non potè più trattenersi, tornato con il congedo militare aspettò sotto casa il colpevole e lo uccise accoltellandolo a morte. A quel punto fù costretto a darsi alla macchia dove in seguito in cambio dell'amnistia donò tutto se stesso alla causa Garibaldina,diventando comandante di una guarnigione e distinguendosi per eroismo e coraggio ma nonostante ciò, una volta sconfitti i Borboni il governo Piemontese lo fece arrestare e condannare per evitare incidenti diplomatici con i latifondieri del Sud.
Sentendosi tradito evase dal carcere e diede la caccia a coloro che gli avevano voltato le spalle.
In seguito si inquadrò nei ranghi dei Briganti dove grazie al suo eroismo e alle capacità militari arrivò ai vertici di comando, pur mantenendo il cameratismo e l'onestà dovutogli dal combattere fianco a fianco in prima linea con i suoi uomini.
Divenne il fantasma del Sud, un eroe popolare, i racconti locali narravano delle sue gesta e l'esercito piemontese non riusciva a catturarlo accrescendo il mito della sua figura. La sua epopea si concluse con il tradimento da parte del suo braccio destro Caruso. Venne arrestato,denigrato,umiliato ma la condanna a morte revocata per timore di sollevazioni popolari nella campagne.
La sua vita si spense nella cella del carcere di Portoferraio.

Lorenzo

giovedì 24 novembre 2011

Who shot the President?


Il 4 Giugno del 1963 fu firmato un decreto presidenziale virtualmente sconosciuto, l'Ordine Esecutivo 11110, che impediva alla Federal Reserve Bank di prestare soldi a interesse al Governo Federale degli Stati Uniti. Con un colpo di penna, il presidente Kennedy dichiarò che la Federal Reserve Bank, di proprietà di privati, sarebbe presto fallita. La Christian Law Fellowship ha ricercato questo evento nel Registro Federale e nella biblioteca del Congresso. Possiamo tranquillamente concludere che quest'Ordine Esecutivo non è mai stato abrogato, corretto o superato da nessun Ordine Esecutivo successivo. In parole semplici, è ancora valido.

Dopo che il presidente John Fitzgerald Kennedy - l'autore di "Profiles in Courage" - lo firmò, l'Ordine tornò al governo federale, precisamente al Dipartimento del tesoro, autorizzato costituzionalmente a creare ed emettere la valuta senza passare attraverso la Federal Reserve Bank, di privati. L'ordine esecutivo 11110 del presidente Kennedy (il testo completo è sotto) dette al dipartimento del tesoro il potere esplicito: "di emettere certificati d'argento a fronte di ogni lingotto di argento, dollari d'argento della Tesoreria." Questo significa che per ogni oncia di argento nella cassaforte della Tesoreria degli Stati Uniti, il governo poteva introdurre soldi in circolazione basandosi sui lingotti d'argento fisicamente presenti.

Come risultato, più di 4 miliardi di dollari in banconote degli Stati Uniti sono stati messi in circolazione in tagli da 2 e 5 dollari. Le banconote da 10 e 20 dollari degli Stati Uniti non hanno mai circolato ma furono stampate dal Dipartimento del Tesoro quando Kennedy fu assassinato. Sembra ovvio che il presidente Kennedy sapesse che l'uso delle banconote della Federal Reserve come presunta valuta legale fosse contrario alla Costituzione degli Stati Uniti d'America.

Le "Banconote degli Stati Uniti" furono emesse come valuta senza interessi e senza debiti avallate dalle riserve d'argento nella Tesoreria degli Stati Uniti. Abbiamo confrontato una "Banconota della Federal Reserve" emessa dalla banca centrale privata degli Stati Uniti (la Federal Reserve Bank o Federal Reserve System), con una "Banconota degli Stati Uniti" della tesoreria americana, emessa grazie all'ordine esecutivo del Presidente Kennedy. Sono quasi identiche ad eccezione del fatto che una riporta la dicitura "Banconota della Federal Reserve" e l'altra "Banconota degli Stati Uniti". Inoltre, quella della Federal Reserve ha marchio e numero di serie verdi, e quella degli Stati Uniti a marchio e numero di serie rossi.


Il Presidente Kennedy fu assassinato il 22 novembre del 1963 e le banconote degli Stati Uniti che lui aveva emesso furono immediatamente tolte dalla circolazione. Le banconote della Federal Reserve continuarono a fungere da valuta legale della nazione. I Servizi Segreti americani confermano che il 99% delle banconote in circolazione erano nel 1999 banconote della Federal Reserve.

Kennedy sapeva che le "Banconote degli Stati Uniti" prodotte in base alle riserve argentee si sarebbero ampiamente diffuse e avrebbero eliminato la richiesta delle "Banconote della Federal Reserve". E' una questione economica molto semplice. Le BSU (Banconote degli Stati Uniti) erano emesse sulla base del valore delle riserve argentee e le BFR (Banconote della Federal Reserve) non avevano alcun corrispettivo di valore intrinseco. L'Ordine Esecutivo 11110 avrebbe evitato al debito nazionale di raggiungere il livello attuale (virtualmente quasi tutti i 9000 miliardi del debito federale si sono prodotti dal 1963 in poi) se LBJ o ogni Presidente successivo lo avessero applicato. Il Governo degli Stati Uniti avrebbe avuto il potere di cancellare il debito senza passare per la mediazione delle Federal Reserve Banks e senza l'aggravio di interessi per creare nuovi soldi. L'ordine esecutivo 11110 dette agli Stati Uniti la possibilità di creare i suoi soldi basandosi sul vero valore delll'argento.

tratto da: The Truth Seeker di John p. Curran
www.comedonchisciotte.org

mercoledì 23 novembre 2011

I Martiri di Manchester

Martiri di Manchester è l'epiteto con cui sono conosciuti tre giovani irlandesi, William O'Mera Allen, Michael Larkin e William Goold impiccati sulla pubblica piazza a Manchester il 23 novembre 1867 perché ritenuti colpevoli di avere ucciso un poliziotto inglese, facente parte del convoglio che stava trasferendo nel carcere della contea due prigionieri appartenenti al movimento indipendentista dei Feniani, il colonnello Thomas J. Kelly e il capitano Timothy Deasy.




Cosa è accaduto? Durante il trasferimento il convoglio fu assalito da una trentina di uomini; gli assalitori intimarono ai poliziotti di scorta di aprire il furgone e, al loro rifiuto, spararono sulla serratura, proprio mentre il sergente Brett, che vi si trovava dentro, avvicinava l'occhio al buco della stessa per vedere che cosa stava succedendo: la pallottola centrò l'occhio, arrivò al cervello e il sergente morì sul colpo; una donna che era dentro il furgone prese le chiavi dalla sua tasca, aprì e i due prigioniero riuscirono a fuggire (non furono mai più catturati).

Sebbene la morte del sergente Brett fosse stata del tutto accidentale, egli era comunque un poliziotto vittima di un'azione delittuosa (liberazione di prigionieri e uso di armi da fuoco), che aveva portato a un assassinio, secondo la legge del Felony Murder, cioè di un omicidio commesso durante lo svolgimento di un altro tipo di crimine (legge abolita nel 1957). La polizia catturò ventinove partecipanti all'azione, tra cui William O'Mera Allen, Michael Larking, William Goold, Thomas Maguire ed Edward Stone, che, stando a quanto riferito dalla polizia, erano quelli armati. Maguire fu prosciolto, a Stone la pena fu commutata alla vigilia dell'esecuzione.


In ricordo dell'impiccagione dei tre giovani martiri, quello stesso anno Timothy Daniel Sullivan compose God save Ireland, che dal 1919 al 1926 fu l'inno – non ufficiale – della Repubblica d'Irlanda e dello Stato Libero d'Irlanda.

giovedì 10 novembre 2011

Educazione Siberiana


"Solo chi apprezza veramente la vita e la libertà, e combatte fino in fondo, 
merita di vivere libero..." 

 per partecipazioni: casapoundriva@yahoo.it

mercoledì 9 novembre 2011

1898 - 1968 quando anche lo spazio parlava italiano

Mario Pezzi (Fossano, 9 novembre 1898 – Roma, 26 agosto 1968) è stato un generale e aviatore italiano, primatista mondiale con un volo ad alta quota con un aeroplano ad elica.




Mario Pezzi nacque Fossano, Cuneo, da una famiglia di consolidate tradizioni militari: il padre Luigi, generale d'artiglieria, i fratelli Pio sottotenene di fanteria deceduto sulle montagne del Carso il 23 ottobre 1915 alla giovane età di 19 anni e Enrico, Generale di Brigata Aerea della Regia Aeronautica e aviatore pluridecorato. Conquistò il suo primato partendo da Montecelio (Roma) a bordo di un biplano Caproni Ca.161bis con motore Piaggio P.XI RC.100/2v e cabina stagna, indossando uno speciale scafandro e raggiungendo la quota di 17 083 metri. Il suo primato è ancora imbattuto.




In quegli anni americani, tedeschi, inglesi e francesi si contendevano questo record, e nella gara era entrata anche l'Italia con i 14 433 metri raggiunti nel 1934 da Donati su Caproni Ca.113 con motore Pegaso.
Nel 1936, l'inglese Swain toccava i 15 230 metri con un Bristol Type 138; ma nello stesso anno Pezzi lo batteva con 15 635 metri raggiunti a bordo di un Caproni Ca.161. Nel 1937, l'inglese M.J. Adam lo superava a sua volta con 16 440 metri a bordo sempre di un Bristol Type 138. L'anno seguenti Pezzi conseguì il suo primato tuttora valido per velivoli ad elica.




In entrambi i primati aerei conquistati da Pezzi sono contenute in embrione tecnologie poi utilizzate in ambito spaziale: il 7 maggio 1937, Pezzi salì a quota 15.655 metri indossando una speciale tuta pressurizzata e riscaldata elettricamente, ed un casco a tenuta stagna, che era simile alle moderne tute astronautiche e fu la prima nel suo genere utilizzata operativamente. Invece il Ca161 bis, progettato dall'ingegnere Verduzio, con il quale Pezzi toccò i 17.083 metri il 22 ottobre del 1938, era dotato di un'altra grandissima innovazione: una speciale cabina stagna, la prima al mondo di questo tipo, antesignana di una capsula spaziale.






La storia di Pezzi si incrocia con quella delle attività spaziali italiane oltre che per l’aver utilizzato per primo al mondo in attività operativa gli antenati delle tute spaziali e delle capsule spaziali, per aver affidato a Luigi Broglio il Reparto Studi Direzione Armi e Munizioni (SDAM, che si occupava anche di razzi), un fatto determinante nel futuro di Broglio e dell’astronautica italiana. Così lo raccontò lo stesso Broglio: “Nel 1956, il segretario generale dell’aeronautica Pezzi, detentore del primato di quota per veicoli a pistone, mi chiamò dicendomi che era deceduto il maggiore a capo del reparto studi direzione armi e munizioni (che si occupava anche di razzi), e che voleva che io prendessi il suo posto. Risposi che non mi intendevo di razzi perché mi ero sempre interessato di aeroplani. Lui mi rispose: “Allora mi indichi un colonnello o un generale del genio aeronautico al quale possa dare questo incarico”. Preso di contropiede, risposi che non conoscevo nessuno. “Se non conosce nessuno, allora ci vada lei!”, concluse Pezzi. Grazie a Pezzi, Broglio cominciò dunque ad occuparsi di missilistica già un anno prima che lo Sputnik venisse lanciato

venerdì 28 ottobre 2011

Augusto Grandi presenta: scemo chi legge


Sabato 29 ottobre · 16.00 - 19.00 
Astoria Park Hotel, Riva del Garda Viale Trento 9 Riva del Garda, Italy

SCEMO CHI LEGGE
è un workshop gratuito di giornalismo tenuto dal giornalista e scrittore Augusto Grandi.

Augusto Grandi è giornalista e scrittore, dal 1987 redattore del quotidiano economico Il Sole 24 Ore, come corrispondente per Torino, Piemonte e Valle d'Aosta.
Autore di numerose opere, citando solo le ultime: "Baci e bastonate", "Lassù i primi. La montagna che vince", "Razz. Politici d'azzardo" e nel 2011, in coppia con Teresa Alquati, ha firmato "Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria".
Nel 1997 ha vinto il "premio giornalistico Saint-Vincent" e il premio "Giornalista solidarietà". Nel 2008 ha ottenuto il Premio GrinzaneMontagna per il saggio "Lassù i primi", l'Anguillarino d'Argento per "Baci e bastonate" ed ha vinto il Premio Acqui Ambiente. Nel 2010 gli sono stati assegnati il premio alla carriera "Officina delle idee" della Città di Rivarolo Canavese e il premio alla carriera "Polesani nel mondo". È membro della giuria del "Premio Acqui Storia”.

All'interno del workshop verrà presentato il libro di Augusto Grandi "Eroi e Cialtroni. 150 anni di controstoria".


Ad Augusto Grandi piace accostare gli opposti. Baci e bastonate si chiamava la sua raccolta di raconti militanti sugli anni '70, un libro profondo e delicato, a tratti poetico, che ha la prerogativa rarissima, forse unica, di esprimere esattamente quell'epoca su cui tanti hanno sproloquiato dottamente e invano. Un vero capolavoro pubblicato nel 2007 per l'Angelo Manzoni editore, in vendita a 12 euro e da non perdere in alcun caso. Eroi e cialtroni si chiama il libro appena uscito per le edizioni Politeia che tratta 150 di controstoria italiana. Una controstoria economica e sociale che pur si legge d'un fiato, malgrado la materia in sé possa presentarsi ostica. Augusto Grandi, giornalista del Sole 24ore, non è per niente prigioniero di schematismi o tecnicismi ma rende piacevole e scorrevole la lettura del saggio storico che presenta con Teresa Alquati, firma più volte apparsa sul settimanale Linea. 

174 pagine per 15 euro. Centosettantaquattro pagine che ripercorrono i fils rouges della storia incompiuta di un Paese che ha sempre esitato a farsi, e soprattutto, a sentirsi, Nazione. Così si scoprirà che sono centocinquantanni di lotta tra individualismo egoistico e sentimento comune, centocinquantanni di contrasto tra le classi dirigenti inadeguate e cialtrone e l'inventiva di base. Si noterà che in Italia permane lo scontro tra classe e nazione. E che ciò avviene più dall'alto che dal basso, la risposta sociale essendo stata quasi esclusivamente indirizzata a farsi nazionale. Questo spiega anche l'incredibile feeling che si sviluppò tra padronato e Cgil ed enfatizzerà il ruolo antisociale, antinazionale e oligarchico del sindacato comunista italiano. Ne emerge altresì la conflittualità continuativa tra Stato e oligarchia industriale e finanziaria, con tutto l'operato antistatale – o di affossamento e sfruttamento statale – da parte delle poche famiglie dominanti. Una fatica improba, vinta, almeno in parte, solo con il dirigismo, l'impegno totalitario e l'esempio. 

“Era evidente che Mussolini aveva trasformato l'Italia in una potenza industriale, nonostante le resistenze degli industriali stessi” afferma, giustamente Grandi nell'affrontare la grande rivoluzione socioeconomica e morale del Ventennio. Ma lo sforzo ventennale è poco rispetto a centotrent'anni d'improvvisazione egoistica, di assenza di programmazione, di rifiuto d'investimenti, di puro e semplice sciacallaggio. Una piaga, lo sciacallaggio, che viene da lontano, che è pre-unitaria e che continua a fare dell'Italia un Paese con la mentalità e le strutture del Terzo Mondo. Solo che un secolo e mezzo fa si trattava di un Paese che doveva crescere, oggi invece è un Paese in competizione perdente con tante e tante economie emregenti ed ha, quindi, avanti a sé prospettive molto buie. 

Così assume una luce più precisa e rigorosa anche la questione del Mezzogiorno che non si può esaurire con le pur opposte affermazioni sloganistiche e pretestuose dei padani e dei meridionalisti.

La politica di rapina post-unitaria da parte piemontese giocò un ruolo importante nell'acuire il distacco tra nord e sud ma ci furono anche altre ragioni. Come per esempio l'impossibilità del Meridione di creare sistemi a rete visto che aveva due grandi città, Napoli e Palermo ma, per il resto non vi erano lo sviluppo territoriale e la possibilità sinergica già riscontrate in Piemonte e Lombardia.

 L'Italia unita peraltro era povera; in tre decenni emigrò il quaranta per cento della sua popolazione, i due terzi dei migranti partirono dal nord e il terzo restante fu meridionale. Il vero gap, a favore del settentrione, si verificò però non tanto con l'azione da predoni dei Savoia nel sud, quanto a partire dell'elettrificazione e della costituzione del polo industriale nel nord-ovest. 

Il fascismo mise tutto in piedi per attenuare le differenze ma incontrò resistenze soprattutto a sud dove assistenzialismo e rifiuto d'investimento rappresentarono i maggiori contrappesi all'unica politica meridionale efficace. 

Nel dopoguerra, insieme alla subordinazione dello Stato a poche famiglie e allo sfruttamento delle risporse pubbliche, insieme alla privatizzazione di guadagni e alla socializzazione delle perdite, insieme alla metastasi dello stato sociale trasformato in assistenzialismo paralizzante e in burocraticismo clientelare e inefficiente, si acuì ulteriormente il disavanzo nord-sud per colpa degli egoismi, e delle culture egoistiche, di ambo le parti. 

Eroi e cialtroni ripercorre a volo d'uccello tutte le fasi della nostra storia socioeconomica e mette dovutamente in luce come il tentativo di Enrico Mattei di dare un seguito alla politica economica del Ventennio, pur sostenuto da Fanfani, restò pressoché isolato. 

A salvare il salvabile, ma in un insieme di chiaroscuri, l'avvento del piccolo. Il sistema Pmi (piccole e medie imprese) ha concesso un sussulto all'Italia dopo i disastri degli anni Settanta ed ancor oggi fornisce qualche appiglio per il futuro. Ma, come segnala Grandi, senza strutture e ossatura davanti alle sfide della globalizzazione, non sarà possibile far nulla senza un intervento politico e programmatico di ampio raggio che, sulla base della nostra tradizione storica e dei dati attuali, appare piuttosto improbabile. 

Come sviluppare questo intervento politico e programmatico non viene assolutamente nascosto da Grandi e Alquati; non si tratta di gente abituata a criticare e a non mettersi in gioco di persona. 

Un libro prezioso, istruttivo e imprendibile. Senza uguali nel settore. 

Gabriele Adinolfi 
fonte: noreporter.org

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l'Adige 02/11/2011

il Trentino 02/11/2011



mercoledì 26 ottobre 2011

1947 - 1992


Walter Spedicato (Novoli, 26 ottobre 1947 – Parigi, 9 maggio 1992)
“Chi muore per una causa santa riposa in pace anche in terra straniera”

Walter Spedicato nato a Novoli (Lecce), il 26 ottobre 1947.
Iniziò a fare politica quando frequentava la facoltà di giurisprudenza.
Fu tra i fondatori di Lotta di Popolo e gestì a lungo la Libreria Romana.
Nel 1976 fondò Terza Posizione: alla riunione che ne sancì la nascita parteciparono Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri.
In questi giorni, il 26 ottobre Walter Spedicato avrebbe compiuto 63 anni.
Per sapere di più su Walter abbiamo pensato di fare delle domande a Gabriele Adinolfi, che oltre ad aver fondato con Walter terza posizione ha condiviso con lui un sentimento profondo di fraterna amicizia.

Ciao Gabriele, inziamo con la domanda più importante: chi era Walter?
Una persona solare e senza peli sulla lingua.
Qualcuno in grado di mettere in riga capi carismatici, picchiatori e pistoleri se solo si comportavano in modo non consono al dovere, alla generosità e alla lealtà.
Ho visto vacillare fior di energumeni e di ergastolani quando li incalzava.
Walter, che non era un picchiatore né un guerrigliero ma che mai si è fatto indietro di fronte al pericolo, faceva loro abbassare lo sguardo se era il caso.

Come vi siete conosciuti?

Nel 1971 il gruppo in cui militavo, il Fronte Studentesco che agiva nel mio liceo, aveva addentellati universitari. Partecipammo ad un'occupazione, peraltro breve, di Architettura (quella della famosa Valle Giulia). Se non erro lo incontrai in quell'occasione; allora aveva la chioma folta e arruffata e due baffoni da moschettiere. Viveva come studente fuori sede in un appartamentino a cinquecento metri da casa mia; lo condivideva con altri due o tre militanti di Lotta di Popolo.
Iniziammo a frequentarci. Poi nel 1974 il mio gruppo confluì in Lotta di Popolo, la quale però si sciolse di lì a poco.
Walter fu colui che, dalla Libreria Romana, rese possibili gli incontri tra noi che fondammo Terza Posizione alla quale aderì senza un ruolo ben definito.
Ma per darvi l'idea di chi era Walter, scese in Italia da latitante, frequentando peraltro i Nar, insieme a me; io avevo il dovere di cercare di risolvere le stuazioni ingarbugliate e praticamente disperate in cui versava allora TP; Walter non aveva questo dovere, non rivestendo alcun incarico, ma lo sentiva comunque e lo svolse senza esitazione.

Come spiegheresti il fatto che ad oggi per molti la figura di Walter è per così dire meno conosciuta rispetto ad altre?
Mi ripugna dover dare questa risposta ma non posso farne a meno.
Walter è poco conosciuto perché i più ricordano solo ciò che fa audience. Se uno è amico di un ergastolano o di un deputato se ne vanta. Se poi conosce qualcuno che ha un minimo di potere lo frequenta. Se si tratta di un morto in esilio da tanti anni chi volete che se ne ricordi?
La cosa peggiore è che la sola volta che ho sentito parlare pubblicamente di lui e rendergli gli onori in televisione  è stato ad opera del leader di Autonomia Operaia Oreste Scalzone.
Questo per far riflettere un po' quelli che ancora ci parlano di “unità d'area”. Quale area? Qui si tratta di un coacervo di morti viventi!

Se oggi fosse vivo secondo te cosa penserebbe di CASAPOUND?

Si rischia sempre di essere arbitrari quando si sostiene di conoscere il pensiero di qualcuno che non è fisicamente con noi. Tuttavia, conoscendolo come lo conobbi e conoscendo Casa Pound come la conosco, non ho difficoltà a giurare che ne sarebbe innamorato.
Da innamorato, sarebbe poi probabilmente un severo rompiscatole; ma uno che non le rompe mai in maniera distruttiva e che, soprattutto, dà sempre l'esempio.
Magari Walter e Casa Pound avessero potuto incontrarsi!

Chiudiamo con un saluto ai nostri lettori ed un pensiero dedicato a Walter…
Spero di aver dato un minimo d'idea ai lettori della sua figura.
In quanto al pensiero per Walter ripeterei quello che, su magnifico suggerimento di Alain de Benoist, stampammo sul “santino” runico alla sua dipartita: “Chi muore per una causa santa riposa in pace anche in terra straniera”.
E' vero che le sue ceneri sono state traslate al cimitero di Ghedi dove vivono il fratello e la cognata, ma la sua terra era a Novoli e a Porto Cesareo e quindi quell'epitaffio, purtroppo, vale ancora.

giovedì 15 settembre 2011

Eroe del giorno: Vincenzo Peruggia



Vincenzo Peruggia un Lupin Nostrano.

Venne chiamato matto, criminale,mercenario quando in realtà fu un ladro gentiluomo che non rubò per vile denaro ma per "Sano Patriotismo". All'età di trent'anni nella notte del 20 agosto trafugò dal museo del Louvre la Gioconda, si nascose e trascorse la notte in uno sgabuzzino uscendo il giorno seguente alla luce del sole, sotto gli occhi degli investigatori con il dipinto nascosto nel cappotto. Rientrò in Italia e dopo un anno trovò l'aggancio con un' antiquario fiorentino e con l'allora direttore degli Uffizi, consegnò loro il capolavoro in cambio della garanzia che venisse esposto unicamente in Italia senza mai più tornare in Francia.Venne tradito dai due ed arrestato lo stesso giorno mentre camminava fiero dell' impresa per i vicoli fiorentini.
Al processo rivendicò l'italianità del quadro , accusando la Francia di furtò (errore tutt'ora diffuso, infatti non fù rubato durante la campagna Napoleonica bensì venduto dallo stesso Leonardo a Federico I nel 1516). Lo dichiararono "minorato mentale" ma suscitò comunque simpatia e ammirazione presso la popolazione. La pressione popolare sortì l’effetto di indurre la corte a concedergli le attenuanti e scontò 2 anni di carcere. Uscitò partecipò come volontario alla Prima Guerra Mondiale e dopo Caporetto finì nei campi di concentramento austriaci.
Morì pochi anni dopo nell'Alta Savoia, padre e marito.

***
Aridace la Gioconda!

domenica 4 settembre 2011

L'ultimo degli Apache

 
Geronimo
No-Doyohn Canyon  (oggi Clifton) 16 giugno 1829 – Oklahoma, 17 febbraio 1909

Geronimo (in chiricahua Goyaałé scritto anche Goyathlay o Goyahkla, "colui che sogna", il sognatore questo perché Geronimo riferiva di avere il potere di vedere nel futuro,in effetti all'epoca di Cochise ("Kociss", Coltello) era lo sciamano della tribù. Nacque in quello che oggi è lo stato del Nuovo Messico e secondo le mappe era allora parte del Messico, ma che la sua famiglia considerava terra degli Apache Bedonkohe. Geronimo era invece un Apache Chiricahua. Crebbe divenendo un rispettato sciamano e un esperto guerriero, che combatté frequentemente contro le truppe messicane. I suoi avversari messicani gli diedero il soprannome di "Geronimo", la versione in lingua spagnola del nome "Girolamo".
Geronimo combatté contro un sempre maggior numero di truppe messicane e statunitensi e divenne famoso per il suo coraggio e per essere sfuggito numerose volte alla cattura.
Le forze di Geronimo divennero l'ultimo grande gruppo di combattimento di pellerossa che si rifiutarono di riconoscere il governo degli Stati Uniti nel West. Questa lotta giunse a termine il 4 settembre 1886, quando Geronimo si arrese al generale Nelson Miles dell'esercito statunitense, a Skeleton Canyon, Arizona.
Geronimo venne mandato in prigione a Fort Pickens (Florida). Nel 1894 venne trasferito a Fort Sill (Oklahoma). In età avanzata Geronimo divenne una specie di celebrità, comparendo alle fiere e vendendo sue fotografie, ma non gli fu permesso di fare ritorno alla sua terra natia. Morì di polmonite a Fort Sill il 17 febbraio 1909.

Il cumulo di pietre che ricorda la resa di Geronimo il 4 settembre 1886

venerdì 2 settembre 2011

Venite a prenderle

Leonida I - re di Sparta

La sua fama è legata alla strenua resistenza che oppose sul passo delle Termopili all'esercito persiano, guidato dal re Serse, durante la Seconda Guerra Persiana.

Pur avendo costituito un'alleanza militare durante il congresso dell'istmo i Greci si trovarono però subito in disaccordo su quale fosse la migliore tattica difensiva: gli Spartani premevano perché si affrontassero i Persiani sulla terraferma e lo si facesse all'imbocco del Peloponneso, presso l'istmo di Corinto, che nel frattempo veniva fortificato; gli Ateniesi ed altre Poleis della Grecia centrale insistevano per una difesa che proteggesse un territorio più vasto. Nonostante i progetti di iniziativa comune, i Greci si presentarono dunque sostanzialmente divisi di fronte all'invasione: prevalse il piano spartano, ma gli Ateniesi spinsero perché si cercasse di fermare il nemico più a nord. Fu scartata la proposta tessala di una difesa sui passi del monte Olimpo anche su consiglio del re Alessandro I di Macedonia anche per l'eccessiva lontananza dal mare (a causa di ciò i Tessali proclamarono la loro neutralità), e si decise di tentare una difesa al passo delle Termopili, posto tra il monte Eta e il golfo Lamiaco. Il valico era così angusto e impervio, che poteva essere facilmente difeso anche in condizione di minoranza numerica, e più vicino al mare (le truppe venivano trasportate dalla flotta).

Nel 480 a.C. gli efori, magistrati supremi di Sparta, erano comunque molto riluttanti ad inviare truppe lontane dal Peloponneso che restava, per Sparta, il territorio da difendere. Inviarono perciò il re Leonida I sul passo delle Termopili, come comandante dell'esercito confederato con soli 300 opliti spartani a cui si aggiunsero circa 7000 volontari provenienti dalle zone vicine della Grecia: la Focide, la Locride e la Beozia.

Come racconta Erodoto nelle Storie (libro VII, 202), i Greci che in tale località attendevano l'urto del Persiano erano questi: 300 opliti di Sparta, 1000 di Tegea e Mantinea, metà e metà; 120 venivano da Orcomeno in Arcadia e 1000 dal resto dell'Arcadia: tanti erano gli Arcadi. Di Corinto ce n'erano 400, di Flunte 200, di Micene 80: questi erano i Peloponnesiaci presenti. Dalla Beozia venivano 700 Tespiesi e 400 Tebani. A questi si aggiunsero, espressamente sollecitati, i Locri Opunzi con tutte le loro forze e 1000 Focesi. Nel frattempo Serse era giunto alle Termopili e aveva iniziato l'attacco senza successo.

Secondo quanto riporta Erodoto, durante il primo giorno di combattimenti, Serse esortò Leonida a gettare le armi, il quale rispose ironicamente: «Μολὼν λαβέ» («venite a prenderle»). Dopo circa tre giorni di combattimenti incessanti, un greco traditore di nome Efialte, condusse il generale persiano Idarne, capo del corpo d'élite degli Immortali, in un sentiero di montagna che aggira il passo e che permise quindi di sorprendere i Greci alle spalle.
Prossimo alla sconfitta, Leonida decise di congedare il grosso dell'esercito e di rimanere con i suoi 300 opliti spartani, i 400 tebani e i 700 tespiesi, per combattere fino alla fine. La battaglia delle Termopili costò a Serse la perdita di più di ventimila uomini. Dopo la morte di Leonida, salì al trono il figlio Plistarco sotto la tutela del fratello Cleombroto (che morì a sua volta pochi mesi dopo) e poi del di lui figlio Pausania.
Dopo la sua morte, Leonida venne decapitato e crocifisso dai Persiani.

A memoria dell'impresa compiuta dai trecento spartani, alle Termopili gli è stato dedicato un monumento ai caduti che, date le dimensioni e la particolare posizione, è visibile anche dal mare.

mercoledì 31 agosto 2011

Campo Base 2011


Raduno e partenza: Stazione autocorriere, Riva del Garda, sabato 04 settembre, ore: 8:00

Percorso di avvicinamento: Autostrada Brennero, uscire a Rovereto Sud, prendere le indicazioni per Riva del Garda, arrivati in centro seguire le indicazioni per la stazione delle autocorriere.

Grado difficoltà: E

Tempo complessivo di percorrenza: salita 3.oo ore ca.

Dislivello complessivo: 760 m ca.

Tipo di tracciato: sentiero selciato/sterrato

Descrizione itinerario escursionistico: Dal ritrovo prestabilito, si parte con i mezzi per il paese di Varignano, dove si parcheggerà; da qui si parte a piedi, si oltrepassa la chiesa dove inizia la strada che sale verso Padaro.
Arrivati ai piedi de "l’Olif Del Bottes" si abbandona la strada asfaltata e si gira a sinistra arrivando alla cava Cementi, si prosegue verso il bosco su un sentiero selciato, si arriva nei pressi di alcune pitture sulle rocce, si prosegue e si incrocia a sinistra il sentiero che scende verso Novino e la Volta di No, si sale arrivando ad una fontanella e successivamente in località Croce di Bondiga con panorama verso il lago di Garda , da qui si scende a sinistra prendendo il sentiero 401 per una decina di minuti fino a trovare quel piccolo sentiero in salita che ci porterà fino in loc.Vedese).


REGOLAMENTO

Durante l'intera escursione, i partecipanti devono attenersi alle direttive del Responsabile, anche se non previste nel programma. I minorenni possono partecipare alle uscite solo se accompagnati da persona maggiorenne ed autorizzata. Richiesti, inoltre, sono puntualità negli orari e spirito di adattamento.

I membri del Gruppo dovranno essere fisicamente idonei all'attività escursionistica, e il responsabile dell'escursione può rifiutare la partecipazione di chi a suo giudizio non sia in grado di affrontare il percorso previsto o non possegga l'opportuna attrezzatura, qualora necessaria.

Per le tue escursioni in montagna, scegli itinerari in funzione delle tue capacità fisiche e tecniche, documentandoti adeguatamente sulla zona da visitare. Se cammini in gruppo prevedi tempi di percorrenza in relazione agli escursionisti più lenti.
Provvedi ad un abbigliamento ed equipaggiamento consono all'impegno ed alla lunghezza dell'escursione e porta nello zaino l'occorrente per eventuali situazioni di emergenza, assieme ad una minima dotazione di pronto soccorso.
Informati sulle previsioni meteo e osserva costantemente lo sviluppo del tempo, in montagna le condizioni meteorologiche cambiano con grande facilità. Occorre essere preparati a repentini annuvolamenti e pioggia, per cui è calorosamente consigliato per il proprio benessere e la propria salute, un equipaggiamento adeguato
Nel dubbio torna indietro. A volte è meglio rinunciare che arrischiare l'insidia del maltempo o voler superare difficoltà di grado superiore alle proprie forze, capacità, attrezzature. Studia preventivamente itinerari alternativi di rientro.
Riporta a valle i tuoi rifiuti. Rispetta la flora e la fauna. Evita di uscire inutilmente dal sentiero e di fare scorciatoie. Rispetta le culture e le tradizioni locali ricordandoti che sei ospite delle genti di montagna.


INFORMAZIONI GENERALI

Attrezzatura di base obbligatoria: bastoncini telescopici, maglia o pile, giacca a vento impermeabile, pantaloni comodi, sovrapantaloni per pioggia, cappello e guanti,
scarpe da montagna a caviglia alta, maglietta e calzini di ricambio, coltello multiuso,
torcia elettrica (meglio se frontale), crema per protezione solare,borraccia piena,pasto leggero.

In inverno occorre aggiungere: ghette, casco, piccozza, ciaspole(racchette da neve), ramponi (in aggiunta alle ciaspole), scarponi rigidi o semirigidi in goretex o impermeabili, pantaloni per escursioni invernali, occhiali da sole con protezione totale.

Il viaggio avviene con i mezzi propri. Il programma può subire variazioni in funzione delle condizioni meteorologiche. I capi-gita si riservano di accettare o meno le adesioni all’escursione.

L'escursionismo è un'attività che può implicare dei rischi, per cui i membri del Gruppo Escursionistico devono essere tutelati. Sono tenuti quindi al pagamento dell'assicurazione, per proteggere sé stessi e La Muvra da eventuali danni subiti o arrecati a terzi.


www.lamuvra.org
www.casapounditalia.org

lamuvratrentino@yahoo.it
casapoundriva@yahoo.it

Il meteo lo si può vedere qui! Equipaggiarsi di coseguenza!

sabato 20 agosto 2011

Cinema: ESSI VIVONO



"Eheheh incredibile, siamo governati da teste di morto."

Essi Vivono è un film di Carpenter del 1988 ispirato al breve racconto Eight O'Clock in the Morning di Ray Nelson (1963).
Essi Vivono è un film estetico, uditivo, tattile: lo sporco, la claustrofobia dai sobborghi all'upper-town, la sensazione di impotenza di fronte a un mondo così sbagliato sono resi alla perfezione, accompagnati dalla pesante colonna sonora (tralaltro suonata dallo stesso Carpenter).
Essi Vivono è assieme a Matrix e il libro Fahrenheit 451 di Bradbury, l'opera per eccellenza sul dualismo del mondo e sul tema della doppia realtà.
Essi Vivono è straordinariamente attuale, la mancanza di lavoro, la crisi economica, le guerre tra poveri, la linea dell'esclusione sociale sempre più marcata con interi sobborghi di poveri, per colpa della crisi dicono, e dall'altra dirigenti che sguazzano nel lusso.
Essi Vivono è un film sulla lotta, anche senza speranza, metafora della militanza e della comunicazione.
Essi Vivono è un capolavoro underground.

giovedì 18 agosto 2011

1889 -1945



Il giovane Starace già nell'agosto 1914, mentre era seduto al caffè Biffi di Milano, ingaggiò una rissa contro manifestanti, che portando al collo dei fazzoletti rossi e sventolando bandiere rosse, sfilavano nella Galleria gridando slogan contro la guerra. Starace, da solo, li aggredì gridando loro: "Traditori d'Italia, non permetteremo che facciate dell'Italia una Svizzera di albergatori e di camerieri". Afferrata l'asta di una bandiera la spezzò e con quella affrontò coloro che gli venivano incontro. L'azione di Starace suscitò l'ammirazione degli altri avventori e i giornali diedero ampio risalto alla notizia.

Partecipò alla prima guerra mondiale, comandato dal colonnello (poi generale) Sante Ceccherini. Nel corso del conflitto ottenne la promozione ad ufficiale dei bersaglieri oltre a una medaglia d'argento, quattro di bronzo, due croci al valor militare, oltre a numerosi riconoscimenti anche dall'esercito francese.

Da Mussolini ricevette l'incarico di radicare il fascismo nel Trentino-Alto Adige e nelle Venezie, dove si trovava anche Farinacci. Negli anni del primo dopoguerra Starace fu fondatore del Fascio di Trento nel 1920. Il programma politico di Starace a Trento e Bolzano prevedeva una forte italianizzazione dei nuovi territori acquisiti all'Italia e la destituzione di tutti i sindaci eletti sotto il precedente governo asburgico.

Il 2 ottobre 1921 le squadre di Starace occuparono il Municipio di Bolzano imponendo l'affissione di un ritratto di re Vittorio Emanuele III. Il giorno dopo occuparono anche il Palazzo della Provincia obbligando il governatore Luigi Credaro alle dimissioni. Dopo due giorni di occupazione i fascisti consegnarono l'edificio alle autorità italiane con una cerimonia che prevedeva gli onori ai gagliardetti fascisti da parte dei militari.

Sempre nell'ottobre 1921, al Congresso di Roma, Starace fu nominato vicesegretario del Partito Nazionale Fascista, carica che mantenne fino all'ottobre del 1923.

Starace partecipò alla Marcia su Roma stabilendo il proprio quartier generale a Verona.

7 dicembre 1931 fu nominato segretario nazionale del Partito Fascista. In questo periodo lavorò per una forte fascistizzazione della società e del quotidiano con strategie di comunicazione talvolta d'avanguardia, talvolta pittoresche.

Il 15 marzo 1936 Starace ripartì alla volta di Gondar alla testa di una colonna motorizzata, composta in prevalenza da camicie nere, occupando la città il 1º aprile.

Partecipò alla Campagna italiana di Grecia dove nel 1941 fu ferito e rimpatriato.

Dopo l'8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, nella quale, tuttavia, restò emarginato da ogni incarico politico di rilievo.

La mattina del 28 aprile del 1945 Starace, uscito di casa in tuta da ginnastica si apprestava ai quotidiani esercizi quando, credendo di riconoscerlo, alcuni partigiani gli rivolsero la parola mentre si allontanava. "Starace, dove vai?" gli chiesero, per sentirsi rispondere placidamente: "Vado a prendere il caffè".
Bloccato, l'ex gerarca venne condotto in un'aula del Politecnico dove venne sommariamente processato e condannato a morte per fucilazione. Per l'esecuzione Starace fu portato in Piazzale Loreto dove nel frattempo erano stati appesi i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi. Non intimorito rivolse il saluto romano al Duce prima di cadere fulminato dal plotone di esecuzione.
Il cadavere fu in seguito appeso alla pensilina di una stazione di servizio, insieme agli altri corpi.

giovedì 11 agosto 2011

1944: Firenze non cede

La porti un bacione a Firenze

L'11 agosto 1944 Firenze venne occupata dall'invasore angloamericano perché era stata sguarnita dai nostri soldati che si stavano attestando su di una linea di fronte più a settentrione. Ma vi si resistette con caparbietà, con audacia e con onore. I franchi tiratori, immortalati anche grazie a La pelle di Curzio Malaparte, dimostrarono che la città di Pavolini, il capoluogo di quel Granducato di Toscana, come sarebbe stata definita la RSI per la grande partecipazione che la regione di Dante diede alla Repubblica, non sarebbe caduta senza colpo ferire. Centinaia di fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età spararono dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade, inchiodando al suolo il nemico e le bande partigiane al suo seguito. Non avevano alcuna speranza di sopravvivenza perché, una volta presi, sarebbero stati fucilati. Gli ultimi soldati ad abbandonare il capoluogo toscano provarono a convincere i franchi tiratori più vicini a mettersi in salvo con loro. “La consegna – risposero – è quella di morire sul posto”. E così fecero.
Apprendiamo con gioia che Casaggì Firenze ha reso onore a questi eroi e che oggi stesso sarannno deposti fiori sulle loro tombe.
I figli e i nipoti della vergogna sono invece insorti perché non vorrebbero affatto che quel fulgido esempio venisse ricordato: la grandezza è mal sopportata, e con astio, dai piccoli e dai mediocri.
Il generale Alexander già a suo tempo aveva risposto in modo più che esauriente a questi infelici. “La città italiana che preferisco? Firenze. Perché lì gli italiani ci hanno accolti sparandoci addosso”.


Dal libro "La Pelle" di Curzio Malaparte
la fucilazione dei franchi tiratori di Firenze

I fascisti seduti sulla gradinata erano ragazzi di 15-16 anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C'era anche una ragazza, fra loro, giovanissima, nera d'occhi e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s'incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo. Sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d'estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine...
l'ufficiale partigiano...tese il dito verso uno di quei ragazzi e disse:"tocca a te,come ti chiami?"."oggi tocca a me"-disse il ragazzo alzandosi,"ma un giorno o l'altro toccherà a lei",-"come ti chiami?"-"mi chiamo come mi pare"-rispose il ragazzo-"o gli rispondi a fare a quel muso di bischero?" gli disse il suo compagno seduto accanto a lui.
"Gli rispondo per insegnarli l'educazione a quel coso!"-rispose il ragazzo,asciugandosi con il dorso della mano la fronte matida di sudore. Era pallido e gli tremavano le labbra. Ma rideva con aria spavalda guardando fisso l'ufficiale partigiano.
L'ufficiale abbasso la testa e si mise a giocherellare con una matita. Ad un tratto tutti i ragazzi presero a parlare fra di loro ridendo,parlavano con accento popolano di san Frediano,santa Croce,di Palazzolo.
"E quei bigherelloni che stanno a guardare?o non hanno mai visto ammazzare un cristiano?"-"e come si divertono quei mammalucchi!"-"li vorrei vedere al nostro posto sicche' farebbero quei finocchiacci!"-"scommetto che si butterebbero' in ginocchio"-"li sentiresti strillare come maiali,poverini".
I ragazzi ridevano pallidissimi fissando le mani dell'ufficiale partigiano.
"Guardalo bellino,con quel fazzoletto rosso al collo"."o che gli e'?"-"o chi ha da essere:gli e' Garibaldi"-"quel che mi dispiace"-disse il ragazzo-"gli e' d'essere ammazzato da quei bucaioli!"-"un la far tanto lunga,moccione"- gridò uno dalla folla."se l'ha furia venga al mio posto"- ribatté il ragazzo ficcandosi le mani in tasca.
L'ufficiale partigiano alzò la testa e disse:
"Fa presto!non mi far perdere tempo. Tocca a te.".-"se gli e' per non farle perdere tempo"-disse il ragazzo con voce di scerno-"mi sbrigo subito" e scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra,accanto al mucchio di cadaveri,proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
"Bada di non sporcarti le scarpe!"-gli gridò uno dei suoi compagni; e tutti si misero a ridere...
il ragazzo gridò:
"viva Mussolini!"
e cadde
crivellato di colpi.

martedì 9 agosto 2011

Volo su Vienna


La mattina del 9 agosto 1918, alle ore 05:50, dal campo di aviazione di San Pelagio (Due Carrare - Padova) partirono undici apparecchi monoplano- Il Maggiore Gabriele d'Annunzio, comandante della Squadra Aerea S. Marco, era nell'abitacolo anteriore. "D'Annunzio dimostrò ancora una volta che OSARE L'INOSABILE era il presupposto essenziale, assieme a valorosi aviatori che sapevano di rischiare ma non pensarono mai per un attimo di tirarsi indietro. Noi vogliamo elogiare anche a distanza di molti anni questi cavalieri del cielo che seppero coniugare coraggio e spregiudicatezza."

Nove compirono l'impresa, giungendo su Vienna alle 9:20 e lanciando 50.000 copie di un manifestino in italiano preparato da D'Annunzio dal testo piuttosto prolisso. Si decise quindi di lanciare anche anche 350 000 copie di un secondo e più pratico, manifestino tradotto anche in tedesco (vedi immagine). Il ritorno avvenne dopo poco più di 7 ore e mille chilometri di volo, sempre allo stesso aeroporto di partenza.

CasaPound Italia - Padova


Qui è riportato il manifesto preparato da D'Annunzio:
« In questo mattino d'agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l'anno della nostra piena potenza, l'ala tricolore vi apparisce all'improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. È passata per sempre l'ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l'impeto. Ma, se l'impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno. L'Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l'Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell'arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo, nell'ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l'Italia! »

Sono arrivati i liberatori #2







La mattina del 9 agosto 1945 l'equipaggio del Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata "Fat Man", alla volta di Kokura, l'obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l'obiettivo, e dopo tre passaggi sopra la città, e ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l'aereo venne dirottato sull'obiettivo secondario, Nagasaki.
I liberatori, gli stessi liberatori che bombardarono Roma, Dresda, Berlino, fiancheggiati dai loro complici uccisoro all'istante più di 40.000 persone, oltre il doppio negli effetti a breve termine e un numero incalcolabile a distanza di anni.
La falsa democrazia d'Europa è passata anche da qui.

lunedì 8 agosto 2011

Cinema: VOGLIAMO I COLONNELLI

Questi i punti programmatici decisi:
1) ripristino della pena di morte;
2) abolizione della libera prostituzione e riapertura dei casini con licenza dello Stato;

3) controllo sulla vendita delle chitarre;

4) ripristino degli antichi valori familiari;
5) rieducazione coatta degli omosessuali;
6) prolungamento della ferma militare;

7) ordine e disciplina nella burocrazia, nel cinema e nell'arte;

8) decadenza del regime parlamentare;

9) soppressione definitiva dei partiti antinazionali e dei sindacati.



Vogliamo i colonnelli è un film del 1973 diretto da Mario Monicelli, presentato in concorso al 26º Festival di Cannes.

Un manipolo di uomini guidati dal deputato Tritoni (Ugo Tognazzi) tenta un improbabile colpo di stato, trovandosi troppe volte a confrontarsi con una realtà segnata dai mille compromessi (memorabile la frase "monarchia, si, ma con il senato!") e dai mezzi limitati.
Tanti sketch, nostalgici ed idealisti fanno ricordare ad un ambiente di non diventare parodia di se stesso, e che questa italietta, in mano a politicanti, è forse più impreparata delle camicie nere del Nerchia e dei guardaboschi dalle Vespe mimetiche...