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sabato 7 aprile 2012

7 aprile 1944: il bombardamento di Treviso


Il Bombardamento di Treviso avvenne il 7 aprile 1944 da parte di bombardieri alleati. L'attacco provocò circa 1.000 vittime fra i civili e la distruzione di oltre l'80% del patrimonio edilizio, compresi i principali monumenti storici e artistici.

Il bombardamento avvenne il giorno di venerdì santo, che i giornali del tempo definirono passione di Cristo e di Treviso. L'incursione, molto breve e devastante, si protrasse dalle 13.24 alle 13.29, ad opera di 159 Fortezze Volanti statunitensi, che sganciarono circa 2.000 bombe con obiettivo la stazione, ma che si sparsero su gran parte della città. Interi quartieri residenziali furono rasi al suolo dalle bombe e dagli incendi; le macerie continuarono a fumare per due settimane. Le ricerche delle vittime continuarono a lungo, con utilizzo di calce e disinfettante, per limitare gli effetti della decomposizione dei corpi delle vittime.

Le cifre sui morti a seguito del bombardamento sono discordanti. Recentemente in un articolo de Il Gazzettino si è parlato di 900 persone decedute; altre fonti citano invece circa 1600 vittime. Come da documenti ufficiali ritrovati nell'archivio comunale di Treviso, il numero dei morti si aggira attorno al migliaio, cifra però relativa ai soli cittadini della città e comuni limitrofi. In realtà (come accaduto a Dresda) è difficile quantificarle.

Nel dopoguerra, gli Stati Uniti non diedero mai una motivazione in merito al bombardamento di Treviso. La città, che racchiudeva tra l'altro un inestimabile patrimonio artistico, non aveva certo obiettivi strategici.

Ogni 7 aprile il bombardamento viene ricordato in piazza dei Signori da autorità civili, religiose e militari alle ore 13.05. Tra queste figura l'associazione "Treviso 7 aprile 1944", che ha fatto ripristinare questa usanza che ormai da molti anni era finita nel dimenticatoio. Le autorità presenti alla cerimonia restano in silenzio ascoltando la lettura di alcune poesie sul bombardamento, scritte da vari autori trevigiani e accompagnate da un sottofondo musicale al violino. La campana del cosiddetto Campanòn dea Piassa (ovvero la Torre Civica) suona a lutto per un tempo lungo tanto quanto lo fu quel tragico avvenimento, cioè 7 minuti. Durante i 7 minuti in cui viene ricordato il bombardamento in molti, se possono, cercano di interrompere la propria attività per partecipare al breve momento di raccoglimento. La bandiera bianca e celeste che svetta sul campanile di Piazza dei Signori viene lasciata a mezz'asta durante tutta la giornata.

venerdì 23 marzo 2012

Il primo amore non si scorda mai


Il 23 marzo 1919, a piazza San Sepolcro, a Milano, venivano fondati i Fasci di Combattimento, nucleo primigenio di un fascismo, nato dal matrimonio celebrato in trincea, con spirito e sangue, tra futurismo, arditismo e sindacalismo rivoluzionario. Il suo motto, “me ne frego” era stato scritto, come ebbe a dire Mussolini, sulle bende delle feirte con il sangue delle ferite.

Il fascismo rappresenta, a tutt'oggi, la più giovane, la più recente, la più attuale espressione politica. Nata almeno settant'anni dopo l'ultima espressione precedente, eretica, pragmatica e volta al futuro, la concezione politica fascista è, oggi come ieri, di avanguardia e, oggi come ieri, è la sola ad offrire risposte sia immediate, parziali, episodiche, che sistemiche, organiche e futuribili.
Malgrado una guerra mondiale mossa contro il fascismo e i popoli dal crimine organizzato, dalle banche, dalle oligarchie e dalle mafie, una guerra mondiale che ha prodotto decine di milioni di morti e ha inginocchiato l'Europa e schiavizzato il mondo, ogni giorno che passa il fascismo è più attuale e presenta risposte efficaci e condivisibili al disastro generalizzato. Risposte efficaci e condivisibili che non si fondano sul rifiuto refrattario e codino dell'attualità ma sulla sua trasformazione nel nome di una gestione efficace, volontaristica, etica, spirituale e comunitaria..
Mentre l'antifascismo boccheggia e agonizza invischiato nei disastri assoluti che ha prodotto e il fascismo si dimostra sempre più attuale e salutare, riteniamo utile riproporre il documento storico del suo primo programma. Che, come è proprio della mentalità fascista, è appunto un programma, dunque modificabile, interpretabile e riscrivibile, e non un dogma di eunuchi.


Italiani!
Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore, perché antipregiudizievole. Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti. Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali ecc. li tracceremo quando avremo creato la classe dirigente.

Per questo noi vogliamo

Per il problema politico:
a) Suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b) Il minimo di età per gli elettori abbassato ai 18 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
c) L'abolizione del Senato.
d) La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) La formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni ecc. eletti dalle collettività professionali e di mestiere, con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario generale con poteri di Ministro.

Per il problema sociale
Noi vogliamo:
a) La sollecita promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b) I minimi di paga.
c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria.
d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sull'invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età proposto attualmente da 65 anni a 55 anni.

Per il problema militare
Noi vogliamo:
a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi periodi d'istruzione e compito esclusivamente difensivo.
b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo.

Per il problema finanziario
Noi vogliamo:
a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera e propria espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b) Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi. c) La revisione di tutti i contratti di forniture di
guerra ed il sequestro dell'85% dei profitti di guerra.

martedì 14 febbraio 2012

Dresda 1945


"Verso la metà di febbraio la lontana città di Dresda fu sottoposta, col deliberato intento di seminar strage fra la popolazione civile, ad un micidiale attacco sferrato contro i quartieri del centro, non contro gli stabilimenti o le linee ferroviarie"
 Basil Liddell Hart, esperto di storia militare e capitano inglese

14 febbraio 1945: i bombardieri alleati rasero al suolo una gran parte del centro storico di Dresda (bombardamento a tappeto), causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti. Fu uno dei bombardamenti con più vittime civili della seconda guerra mondiale. Il numero delle vittime fu stimato in 250.000.


venerdì 10 febbraio 2012

La verità non può essere infoibata


V edizione della manifestazione virtuale 
promossa da CasaPound, dalle 12 speciale su Rbn

Roma, 9 febbraio – Con un’ora di ‘silenzio’ e il Tricolore listato a lutto in home page, centinaia di siti internet, blog e forum venerdì 10 febbraio, dalle 11 alle 12, ricorderanno le 30mila vittime delle foibe. E’ la quinta edizione della manifestazione virtuale “10 febbraio: io non scordo”, organizzata da CasaPound Italia e Radio Bandiera Nera, in collaborazione con Novopress e No Reporter, nel Giorno del Ricordo. A partire da mezzogiorno, poi, su Rbn (www.radiobandieranera.org) andrà in onda uno speciale dedicato ai tragici eventi che dopo l’8 settembre 1943 colpirono la comunità italiana di Istria, Dalmazia e Friuli-Venezia Giulia: approfondimenti, notiziari, interviste, letture del teatro non conforme e gli interventi dello storico delle foibe Vincenzo De Luca e dello scrittore di famiglia istriana Nicola Antolini per contribuire a ristabilire una verità storica a lungo rimossa, che continua ad essere insabbiata, minimizzata quando non addirittura negata da una fazione ideologica che trova significative sponde anche in ampi segmenti istituzionali e della cosiddetta “vita culturale”.
‘’In un’Italia ammorbata da scandali e moralismo, in cui si impone come accettabile solo una rilettura ‘morbida’ di una delle più grandi tragedie vissute dal nostro popolo; in una terra ai limiti del collasso, in cui nonostante i continui assalti perpetrati alla sovranità da governi tecnici e organismi sovranazionali forze fresche hanno deciso di alzare la testa, non dimenticare è un atto rivoluzionario che intende contribuire a riscattare la memoria tradita delle migliaia di italiani infoibati dalla furia slavo-comunista – si legge in una nota di CasaPound Italia - È scandaloso che a più di mezzo secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ricercare e affermare la verità storica sia da più parti considerato alla stregua di un reato d’opinione. È aberrante che i più giovani ignorino, per deficit didattico e talora ostruzionismo di una classe docente ideologizzata, la portata devastante della pulizia etnica perpetrata ai danni della popolazione italiana del Nord-Est, con rastrellamenti, deportazioni, torture ed esodi di massa. Manifesta il tuo dissenso: appuntamento in rete venerdì 10 febbraio alle ore 11 per ricordare agli Italiani che la verità non può essere infoibata e che ‘in un mondo di menzogne, dire la verità è un atto rivoluzionario’’’.

info: 3478057510 

giovedì 9 febbraio 2012

1983 - 2012: Paolo presente!


Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.
Paolo Di Nella

L'aggressione...
Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.


29 anni fa moriva Paolo Di Nella:
“vittima della violenza politica”.
Dall’oblio alle targhe politically correct
Non per rivangare il passato né per un semplice diritto al ricordo ma per dovere di cronaca e di verità, perché un passante che dovesse imbattersi in “via Paolo Di Nella”, all’interno di Villa Chigi, non capirebbe. Di chi si parla? «Vittima della violenza politica», si legge nella targa. La definizione non aiuta. Non più l’oblio o la mistificazione, (si disse a caldo che venne ucciso per una faida interna) adesso c’è la generalizzazione, il “dico non dico”, quasi un senso di imbarazzo, non solo per i morti degli anni di piombo (dall’una e dall’altra parte) ma anche per un ragazzo del Fdg, ucciso a vent’anni, il 9 febbraio 1983, “per futili motivi” si legge nell’archiviazione del processo ai responsabili. Sprangato da due ragazzi fermi alla fermata dell’autobus nel quartiere Africano della capitale. Lo ridussero in coma e Di Nella morì al Policlinico di Roma dopo 7 giorni di coma. Fascista? Terrorista? Nemico? Gli anni di piombo sono alle spalle, la destra giovanile ha compiuto passi importanti nel superamento dei cosiddetti “opposti estremismi”, una parte della sinistra comincia a fare autocritica. Paolo era un ragazzo mite, che si impegnava per l’intera comunità di quartiere con il pallino di restituire un parco pubblico ai cittadini. Era colpevole di affiggere manifesti scritti a mano per l’esproprio di Villa Chigi. Tanto bastò a fracassargli il cranio. Violenza politica? È una dizione “politicamente corretta”, più attenta a non offendere gli eredi dell’antifascismo militante e l’intelligenza progressista che alla verità. Per Paolo Di Nella, come per Alberto Giaquinto o Alberto Cecchin, la dizione scelta non aiuta l’Italia a ritrovare nella memoria collettiva una nuova appartenenza. Oggi per Paolo si terrà la consueta commemorazione a piazza Gondar, saranno in tanti come sempre da 29 lunghi anni. Ma sarebbe una svolta per tutti se andasse un pezzo di popolo italiano, di destra, di sinistra, di centro, di niente...
(Gloria Sabatini per il Secolo d'Italia)

mercoledì 8 febbraio 2012

Commemorazione vittime delle foibe


Sabato 11 febbraio - ore 18:00 
 Largo Caduti delle Foibe - Rione De Gasperi - Riva del Garda 

 Commemorazione in onore di tutti i martiri delle foibe e degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia.

venerdì 3 febbraio 2012

Commemorazione vittime del Cermis


Sabato 4 febbraio CasaPound Italia porterà una corona d'alloro sulla lapide a ricordo delle vittime della Strage del Cermis del 1998, avvenuta ad opera di un aereo militare statunitense. 
La partenza da Riva del Garda è prevista per le ore 8:00.



mercoledì 1 febbraio 2012

Cermis gronda ancora di sangue e ingiustizia


Sorridevo, e così ho distrutto il video
La verità del navigatore sulla tragedia del Cermis

Un filmato amatoriale sulle bellezze del Trentino, dal Lago di Garda alle vallate dolomitiche per immortalare un pezzo del Bel Paese prima di fare ritorno a casa, negli Stati Uniti. Perché il volo del Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei Marines, decollato dalla base di Aviano alle 14e36 del 3 febbraio 1998, era l'ultima missione prima della promozione del capitano Richard Ashby e del congedo del co-pilota Joseph Schweitzer. Un volo di «addestramento» che alle 15 e 13 ha colpito le funi della cabinovia del Cermis, a Cavalese, tranciandone il cavo spesso sei centimetri a una velocità di oltre 870 chilometri orari e provocando la morte dei 19 passeggeri e del manovratore. Ora Schweitzer rivela che, subito prima dell'incidente, stava effettuando riprese panoramiche con la sua videocamera. La sua faccia sorridente, in compagnia di quella del capitano Ashby, erano le protagoniste di un nastro che lo stesso Schweitzer, in preda ai rimorsi per la tragedia, ha distrutto. «Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve alla Cnn mi consumava e ho deciso: devo avere quel nastro. Il giorno dopo l'ho distrutto». È la confessione di Schweitzer contenuta nell'inchiesta di National Geographic andata in onda ieri sera sulla piattaforma Sky. Una ricostruzione del dramma di Cavalese basata sulle testimonianze inedite dei protagonisti, dagli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i militari fino al navigatore del Prowler, che per la prima volta parla e descrive quel video turistico eliminato per nascondere un pezzo di verità. Dopo la prima sentenza della Corte marziale americana, datata marzo 1999, nella quale pilota e navigatore vengono assolti dall'accusa di omicidio colposo, una seconda sentenza del maggio dello stesso anno stabilisce che Ashby e Schweitzer sono colpevoli di intralcio alla giustizia per aver distrutto un nastro video registrato durante il volo e che ne documentava la manovra spericolata. Lo stesso nastro che ora Schweitzer, nel frattempo insieme a Ashby degradato e rimosso dal servizio, definisce come un video ricordo di un «paesaggio splendido». Nel documentario di National Geographic l'accusa si interroga sulla sparizione del nastro. «Se distruggi la prova di un caso, quella diventa la prova che sei consapevole della tua colpevolezza. Se l'equipaggio avesse volato secondo le regole, non avrebbe bruciato il nastro», è la tesi degli investigatori che ora vorrebbero utilizzare queste nuove informazioni come ulteriore prova per far riaprire il processo. Quel nastro di cui inizialmente nessuno aveva parlato se non dopo che agli altri due membri dell'equipaggio seduti dietro era stata garantita l'immunità in cambio di ulteriori informazioni. Informazioni che erano state il sospetto lungo periodo in cui pilota e navigatore erano rimasti all'interno del Prowler dopo l'atterraggio d'emergenza ad Aviano al rientro da Cavalese. A quel punto Ashby e Schweitzer avevano parlato del nastro bruciato per vergogna più che per nascondere un volo non a norma. La difesa per salvare l'equipaggio ha parlato di illusione ottica, di cavi non segnalati sulle cartine e di insufficiente addestramento.

Il pilota
"Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve mi consumava."
Joseph Schweitzer

Processo in America
I pubblici ministeri italiani chiesero di processare i sette militari in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento Carlo Ancona ritenne che la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense.

Il nastro distrutto
Nel maggio del 1999 il pilota Ashby venne condannato negli Stati Uniti 6 mesi e radiato dal copo dei marines per il solo reato di distruzione di prove.
Stesso verdetto per il navigatore. Insieme distrussero il nastro.

Il risarcimento
Con una legge speciale i familiari delel venti vittime del disatro (soprattutto belgi e tedeschi) vennero risarciti con circa 4 miliardi delle vecchi lire per ogni persona deceduta. Tanti soldi ma nessuna giustizia.

La corte marziale
Dei quattro membri dell'equipaggio solo due affrontarono la corte marziale negli Stati Uniti. Il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer vennero assolti dall'accusa di omicidio colposo.

Silvano Welponer , sindaco di Cavalese,
commenta così la notizia dell'inchiesta di National Geographic: «Sono abbastanza sconvolto dalla dichiarazione del copilota secondo cui per non far vedere che stava ridendo con i suoi amici ha distrutto il video. Che giustizia non è stata fatta sulla tragedia del Cermis lo sapevamo già. Un vero processo servirebbe a salvaguardare il dolore e la verità storica. Non possiamo dimenticare quello che è stato perché sarebbe come fare morire due volte quelle venti sfortunate vittime». L'assessore provinciale Mauro Gilmozzi , allora primo cittadino del capoluogo della Val di Fiemme, sottolinea come nulla oggi sia cambiato dal punto di vista giuridico: «È stata una bravata che è costata la vita a 20 persone e che è stata coperta dagli apparati Nato della base di Aviano che sapevano benissimo di quei ripetuti voli a bassa quota alla vigilia della guerra in Ex-Jugoslavia. Una forma di arroganza che è proseguita fino ai processi che hanno sì stabilito dei risarcimenti dal punto di vista civile ma non hanno emesso alcuna condanna penale verso i responsabili. La Cnn già allora aveva mandato in onda una serie di questi video girati a bordo dei velivoli da militari spesso ubriachi. Nulla oggi, da quella tragedia, è cambiato; in vigore c'è ancora il patto di Londra del 1951 sullo statuto dei militari Nato in base al quale essi restano soggetti alla magistratura militare statunitense e in Europa continuiamo a ospitare basi della Nato gestite e condotte esattamente come allora, senza alcuna modifica del trattato. L'Europa per la difesa del suo territorio dipende sempre e comunque dalle forze alleate». Nel documentario di National Geographic, girato in valle la scorsa primavera, compare anche Gianpietro De Zolt , uno dei primi uomini del soccorso alpino giunto sul luogo dell'incidente. «Ricordo ancora adesso i due reattori dell'aereo - afferma nel video -; due bocche di fuoco». Nella neve sporca di sangue De Zolt poco aveva potuto fare, se non limitarsi a un'opera di pietosa ricostruzione dei corpi. «Ricordo che subito la nostra preoccupazione andò al pensiero che l'aereo non cadesse, con i pezzi dell'ala che avevamo trovato per terra. Come cittadino ero e rimango perplesso davanti a quello che è stato un semplice giochetto. A distanza di anni resta tutto ancora inconcepibile, come il ricordo della mia bimba di 4 anni che si spaventava ogni volta che il rombo dei motori risuonava nella valle, radente al terreno. Provo ancora e sempre quell'impotenza e quella sensazione di smarrimento di fronte a una tragedia annunciata. Il soccorritore in questi casi è a sua volta una vittima; quel giorno tutti abbiamo subito un trauma che ogni volta viene riportato alla luce, con la sofferenza che ne deriva».
l'Adige 01/02/2012

***
Una tragedia. Una tragedia sembra il sempre il frutto di eventi casuali che portano ad un finale terribile. Questa non è una tragedia. 
E' una strage. 
Non una bravata. 
E' una strage. 
Compiuta con l'arroganza che solo uno straniero che occupa l'Europa può avere.

lunedì 30 gennaio 2012

Giornata del ricordo italiano in Crimea


Oggi ricorre il 70° anniversario della deportazione degli italiani di Crimea. In circa 3.000 nella notte tra il 29 e il 30 gennaio del 1942, dopo essere stati privati e depredati di tutto, vennero ammassati sul porto di Kerch, stivati prima nelle navi e poi nei carri bestiame, per finire nei gulag del lontano Kazakistan. Durante il viaggio morirono quasi tutti i bambini e gli anziani, poi...mano a mano anche gli altri; solo una minoranza di circa 300 persone sopravvisse a quell' inferno di stenti e maltrattamenti. Anche noi li ricordiamo alla Patria matrigna, che di loro si è sempre dimenticata, con la presenza di una nostra delegazione sul lungomare di Kerch, per consegnare alle acque un pensiero e centinaia di garofani, insieme agli eredi delle vittime di quell'infame genocidio.

l'Uomo Libero

giovedì 26 gennaio 2012

1887 - La Termopili d'Africa


La battaglia di Dogali

In questi giorni siamo spettatori dell'ennesimo circo mediatico ,una gara delle miserie umane; in troppi "sputano" sulla nostra nazione ed il nostro popolo. Ci accusano di vigliaccheria, mancanza d'onore, arrivismo ,ci chiamano pizza e mandolino, cliche' che mai ci sono appartenuti. Rigetto totalmente tali definizioni o accuse e ci tengo a raccontare un accadimento che celebra il suo anniversario proprio il 26 gennaio 1887 ed è definito Termopili d'Africa, a testimonianza del coraggio e dello spirito italiano.

Su una collina che costeggia il torrente Dogali in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono circondati da diecimila Abissini pronti a sterminarli. Ma cosa ci fanno li? Tutto è cominciato due anni prima con l'occupazione del porto di Maua sul Mar Rosso dal momento che nel 19° secolo il colonialismo è un esigenza per le potenze europee a caccia di nuovi mercati.
I 500 soldati sono in marcia verso la fortezza Saati assediata dai "nemici", hanno l'ordine di liberarla o resistere fino all'ultimo uomo. A pochi km dalla fortezza vengono intercettati ed assaliti dall'esercito di Ras Alula, non hanno alcuna speranza, lo sanno bene,nessuno scappa, si dispongono in quadrato e resistono fino all'ultimo uomo, fino all'ultimo proiettile per poi passare alla baionetta. A notte fonda la collina sarà cosparsa da una marea di cadaveri; un'Italia avventata nei politici e negli alti comandi, ma eroica nei suoi soldati e ufficiali che moriranno per non venire meno ad un giuramento.

Sostituiamo il nostro lamentarci e frignare con l'essere esempio per una Nazione allo sbando.

Lorenzo

lunedì 16 gennaio 2012

1969: Quel giorno a Praga



Era iniziata una "primavera" 
venne un'estate di carri armati

Poi finì così, il 25 gennaio 1969. I funerali di Jan Palach. Il giovane divenne il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa e angosciata.Per protestare contro l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia un gruppo di giovani ha deciso di immolarsi appiccandosi il fuoco dopo essersi cosparsi di benzina, nella principale Piazza della città, Venceslao per attirare l'attenzione di tutto il mondo all'occupazione militare che invece i sovietici vorrebbero
far apparire come volontà popolare.


Infatti i giovani hanno deciso di estrarsi a sorte uno alla volta e di morire come torce umane. Il primo estratto è Jan Palach studente di filosofia, di 21 anni. Gli altri uno alla volta poi lo imiteranno. Quasi un milione di praghesi seguiranno i funerali, mentre al confine pronti ad intervenire un altro contingente di carri armati russi. Seguiranno altri sacrifici che scuoteranno il Paese, ma la Cecoslovacchia dovrà attendere fino agli anni Novanta per avere la sua indipendenza.


continua su: http://cronologia.leonardo.it/storia/a1969g.htm


"Considerato che i nostri due popoli si trovano sull'orlo della disperazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta in questo modo. Io ho avuto l'onore di essere estratto a sorte per primo, di cominciare ad essere la prima torcia".
Jan Palach


sabato 14 gennaio 2012

1925 - 1970 fiori di ciliegio per Mishima


 "Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E' bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E' il Giappone! E' il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo."

Yukio Mishima (giapponese Mishima Yukio 三島由紀夫), pseudonimo di Kimitake Hiraoka (Hiraoka Kimitake 平岡公威) (Tokyo, 14 gennaio 1925 – Tokyo, 25 novembre 1970) è stato uno scrittore, drammaturgo, patriota e artista marziale giapponese.


Il 25 novembre del 1970, il grande scrittore giapponese Yukio Mishima (all'epoca già famosissimo in tutto il mondo e per tre volte candidato al premio nobel per la letteratura), dopo aver preso in ostaggio il capo di stato maggiore dell'esercito ed aver arringato con un memorabile discorso politico e culturale i soldati della caserma di Ichigatami, si tolse la vita tramite il seppuku (taglio del ventre Tradizionale). Il gesto estremo di Mishima, ultimo atto di una vita eroica e sublime, rappresentò un grido lancinante e fiero di denuncia e rivolta radicale contro il Giappone moderno: contro l'appiattimento culturale, contro l'americanizzazione inarrestabile, contro l'inadeguatezza e l'incapacità della democrazia, contro la perdita dei valori della Tradizione, contro la mollezza della borghesia, contro la mancanza di volontà di potenza.

giovedì 12 gennaio 2012

1823 - 1904 Rosalia e la spedizione dei Mille


Rose Montmasson, detta Rosalia (Saint-Jorioz, 12 gennaio 1823 – Roma, 10 novembre 1904), fu moglie di Francesco Crispi ed è celebre quale unica partecipante femminile alla spedizione dei Mille.


Nata da famiglia di umili origini, Rose conobbe il futuro marito nel 1849, durante l'esilio piemontese, quando lei svolgeva le mansioni di lavandaia e stiratrice, mentre Crispi era un giovane rivoluzionario, rifugiatosi in Piemonte dopo il fallimento della rivoluzione indipendentista siciliana del 1848.

In seguito al soffocamento della cospirazione mazziniana a Milano, nel 1853, Crispi fu costretto a lasciare il Piemonte e ripararsi a Malta. Rose lo seguì e i due si sposarono, nell'isola mediterranea, per poi trasferirsi a Parigi, dove vissero fino al 1858, quando furono espulsi dalla Francia, sospettati di complicità con Felice Orsini, e forzati a raggiungere Giuseppe Mazzini a Londra.

Durante la spedizione dei Mille si occupò prevalentemente della cura dei feriti, già dalla battaglia di Calatafimi operò tra i combattenti per portare in salvo i colpiti e, nell'occasione, imbracciò il fucile. Prestò il suo servizio nelle ambulanze di Vita, Salemi e Alcamo, dove i siciliani la ribattezzarono Rosalia, nome che contrassegnò poi tutta la sua esistenza, tanto da essere trasposto come vero anche sulla sua lapide. Dopo la nomina a deputato del marito, seguirono alcuni anni di vita relativamente tranquilla, terminata qualche tempo dopo il trasferimento della coppia a Roma, quando venne ripudiata da Crispi, il quale denunciò l'irregolarità del matrimonio contratto a Malta. Il motivo di litigio tra i due, probabilmente, fu il voltafaccia di Crispi che abbandonò i repubblicani per schierarsi con i monarchici; una scelta che nella visione di Rosalia dovette apparire come un tradimento dei compagni di tante avventure e degli ideali per i quali avevano combattuto.

Rosalia rimase a Roma, sopravvivendo con la pensione assegnata ai Mille; morì in povertà, tanto che la sua salma venne tumulata in un semplice loculo, concesso gratuitamente dal comune nel cimitero del Verano, ove ancora riposa.

martedì 10 gennaio 2012

1929 - Auguri TinTin


10 gennaio 1929: Tintin, un personaggio dei fumetti creato da Hergé, ispirato alla vita e all'aspetto di Leon Degrelle,  fa il suo debutto. Sarà pubblicato in oltre 200 milioni di copie in 40 lingue.

lunedì 9 gennaio 2012

1953 - 2001 Il Leone del Panjshir


"Per me, la cosa peggiore sarebbe vivere schiavo: Si può avere tutto: da mangiare, da bere, da vestirsi, un tetto sotto cui dormire. Se non si ha la libertà, se non si ha la fierezza, se non si è indipendenti, tutto ciò non ha alcun gusto, né valore."
Ahmad Shāh Massoūd

Ahmad Shāh Massoūd, in persiano احمد شاه مسعود, detto il "Leone del Panjshir" ( Shir-e-Panjshir ) (9 gennaio 1953 – 9 settembre 2001), è stato un militare e politico afghano del Fronte Unito, combattente contro il regime talebano afgano.

Nato il 9 gennaio del 1953 a Jangalak, nel nord dell'Afghanistan, fu il comandante rispettato ed amato dei combattenti islamici per la resistenza afgana contro l’invasione sovietica prima e contro il regime dei talebani poi. Il suo sogno era un Afghanistan libero, indipendente e democratico. Oltre ad essere un ammirevole uomo di cultura, amante della poesia e dei viaggi, si dimostrò un abile stratega militare.

venerdì 6 gennaio 2012

giovedì 29 dicembre 2011

1890: il massacro di Wounded Knee


Il Massacro di Wounded Knee è il nome con cui è passato alla storia un eccidio di Miniconjou, un gruppo di Lakota Sioux da parte dell'esercito degli Stati Uniti d'America commesso il 29 dicembre 1890 nella valle del torrente Wounded Knee.

Negli ultimi giorni del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Piede Grosso, alla notizia dell'assassinio di Toro Seduto, partì dall'accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Bridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa.
Il 29 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria Settimo Reggimento guidato dal maggiore Samuel Whitside, che aveva l'ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici Hotchkiss. Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l'indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane Miniconjou sordo, tardò a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai soldati e, mentre deponeva l'arma, partì un colpo a cui seguì un massacro indiscriminato. Il campo venne falciato dagli Hotchkiss ed i morti accertati furono 153. Secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou presenti, ne morirono quasi 300.
Venticinque soldati furono uccisi, alcuni probabilmente vittime accidentali dei loro compagni.
Dopo aver messo in salvo i soldati feriti, un distaccamento tornò sul campo dove furono raccolti 51 indiani ancora vivi, quattro uomini e 47 tra donne e bambini. Trasportati a Pine Bridge, furono in seguito ammassati in una chiesetta ove (per gli addobbi natalizi) si poteva leggere la scritta: « Pace in terra agli uomini di buona volontà. »

mercoledì 28 dicembre 2011

Storie dei 150: Il Brigante


Carmine Crocco di origine contadina nel lucano (Potenza),la sua famiglia venne distrutta dai soprusi di un signorotto locale : il padre in galera ingiustamente, la madre incinta picchiata a morte, quando toccò a sua sorella che fù violentata e sfregiata in volto non potè più trattenersi, tornato con il congedo militare aspettò sotto casa il colpevole e lo uccise accoltellandolo a morte. A quel punto fù costretto a darsi alla macchia dove in seguito in cambio dell'amnistia donò tutto se stesso alla causa Garibaldina,diventando comandante di una guarnigione e distinguendosi per eroismo e coraggio ma nonostante ciò, una volta sconfitti i Borboni il governo Piemontese lo fece arrestare e condannare per evitare incidenti diplomatici con i latifondieri del Sud.
Sentendosi tradito evase dal carcere e diede la caccia a coloro che gli avevano voltato le spalle.
In seguito si inquadrò nei ranghi dei Briganti dove grazie al suo eroismo e alle capacità militari arrivò ai vertici di comando, pur mantenendo il cameratismo e l'onestà dovutogli dal combattere fianco a fianco in prima linea con i suoi uomini.
Divenne il fantasma del Sud, un eroe popolare, i racconti locali narravano delle sue gesta e l'esercito piemontese non riusciva a catturarlo accrescendo il mito della sua figura. La sua epopea si concluse con il tradimento da parte del suo braccio destro Caruso. Venne arrestato,denigrato,umiliato ma la condanna a morte revocata per timore di sollevazioni popolari nella campagne.
La sua vita si spense nella cella del carcere di Portoferraio.

Lorenzo

lunedì 26 dicembre 2011

1000 anni di CasaPound


"la notte tra il 26 e il 27 dicembre del 2003 entrammo - senza speranza di poterlo tenere - in un palazzo abbandonato nel centro di Roma. Da allora non ne siamo mai più usciti... Auguri CASAPOVND torre inespugnabile, fabbrica di Idee, fortezza della nostra Gioventù, per mille anni ancora."

Gianluca Iannone

mercoledì 30 novembre 2011

1835 - 1910 Mark Twain

Un banchiere è uno che vi presta l'ombrello quando c'è il sole 
e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere.

Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, 30 novembre 1835 – Redding, 21 aprile 1910), è stato uno scrittore, umorista, aforista docente statunitense.