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giovedì 12 aprile 2012

NoTAVernello

I NoTav bloccano auto e stazione
Pendolari arrabbiati con i manifestanti


Se il loro intento era quello di sensibilizzare i trentini nei confronti della lotta contro la costruzione della Tav in Piemonte e a favore dell'acqua pubblica, probabilmente i manifestanti che si sono dati appuntamento ieri pomeriggio in città hanno sbagliato mosse. Nel senso che prima hanno fermato per un buon quarto d'ora il traffico all'incrocio tra via Torre Verde e via Alfieri e poi si sono diretti alla stazione dei treni per occupare i binari. Il «Freccia Argento» delle 20.15 da Roma si è dovuto fermare all'ingresso della stazione ed i passeggeri sono scesi sotto la pioggia. Arrabbiati. Dopo l'intervento della polizia il treno è ripartito.
l'Adige 12/04/2012

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Pendolari 1 - NoTav 0

mercoledì 11 aprile 2012

BLU: la risposta alle illazioni di Rifondazione

CasaPound a Rifonfdazione Comunista:
"voi eravate con Prodi e per lo scippo del Tfr"

CasaPound Italia e Blocco Lavoratori Unitario (Blu)replicano alle dichiarazioni di Rifondazione Comunista (ieri su l'Adige ) a seguito dell'iniziativa svolta dall'associazione in difesa dei lavoratori e contro la riforma del lavoro operata dal Governo Monti.
«Le lacrime di coccodrillo di Rifondazione Comunista sono sin troppo patetiche - scrive in una nota Blu, il sindacato dei lavoratori di CasaPound Italia - ormai Rifondazione strilla con illazioni, mistificazioni e falsità e ci domandiamo da che pulpito venga la predica. Forse il partito comunista dimentica di aver fatto parte del governo dei banchieri del primo ministro Romano Prodi, del ministro dell'economia Padoa Schioppa e del sottosegretario all'economia Massimo Tononi, tutti ex banca d'affari Goldman Sachs, che ha consentito, tra l'altro, lo scippo del trattamento di fine rapporto ai lavoratori – prosegue il Blu – le affermazioni dei comunisti sono pura retorica ideologica con il tipico tocco di ignoranza storica, sproloquiano a proposito di contrattazione nazionale collettiva dimenticando o omettendo che fu proprio il regime fascista con la Carta del Lavoro ad introdurla nel 1927.
E' evidente che i residuati del comunismo sentano tremare la terra sotto i piedi, non rappresentando più nulla né a livello politico né sindacale, e tentano così di pretendere il monopolio della lotta sociale che non riescono più ad esercitare».
Il sindacato Blu conclude così la nota: «Continueremo la battaglia per la giustizia sociale contro l'inaccettabile stangata fiscale ed impediremo che i lavoratori vengano ridotti in schiavitù del governo Monti».
l'Adige 11/04/2012

martedì 10 aprile 2012

Rifondazione dichiara: "buaaaah, sono cattivi..."


ALTO GARDA - Alla nota (e all'azione) di Casa Pound di qualche sera fa, quando sono stati appesi striscioni a difesa dell'articolo 18 e contro alcune grandi imprese altogardesane, risponde, oggi, Rifondazione Comunicasta. (nota del blogger: ahahahah, questo refuso dovevo lasciarlo!)
«I componenti di Casa Pound, organizzazione neo fascista, si sono presentati davanti ad alcuni posti di lavoro nella zona dell'Alto Garda. Rifondazione Comunista condanna questo tentativo di strumentalizzazione delle lotte sociali dei lavoratori in difesa dei loro diritti e dell'articolo 18. Casa Pound ha sempre appoggiato e fatto parte di partiti che hanno appoggiato il governo Berlusconi e che hanno sempre lavorato per limitare e ridurre i diritti dei lavoratori, non ha nulla a che vedere con le battaglie democratiche in corso nel paese contro le decisioni del governo di destra condotto da Mario Monti. Troppe volte nel passato organizzazioni fasciste e neofasciste si sono scagliate contro i lavoratori quando questi protestavano per le loro condizioni di lavoro e per avere contratti degni di essere tali. Alla contrattazione nazionale le destre hanno sempre contrapposto logiche corporative e limitative delle libertà personali e un esempio è proprio negli anni 20 quando il loro intervento causò limitazione delle libertà sindacali alla FIAT (toh chi si rivede) e la distruzione del contratto nazionale di lavoro».
l'Adige 10/04/2012

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Ahahahah! Certo, se lo fa CasaPound è strumentalizzazione, se lo fa Rifondazione Comunicasta invece...
Le lacrime di chi sta perdendo terreno da sotto i piedi, contro la rivoluzione del marmo bianco.

domenica 8 aprile 2012

Quest'Italia destinata all'emigrazione



Disoccupazione record 
Raddoppia in Trentino

ROMA - Nel quarto trimestre 2011 il numero delle persone in cerca di occupazione registra un sensibile incremento su base annua (+11,4%, pari a 249.000 unità). La crescita coinvolge sia la componente femminile sia, in misura più accentuata, quella maschile e si presenta diffusa sull'insieme del territorio nazionale. L'area della disoccupazione maschile straniera cresce su base annua di 29.000 unità; quella femminile aumenta di 66.000 unità.
In confronto a un anno prima nel quarto trimestre 2011 l'aumento delle persone in cerca di lavoro interessa maggiormente quelle alla ricerca del primo impiego (+21,2%, pari a 120.000 unità in più rispetto al quarto trimestre 2010) e gli ex-occupati (+9%, pari a 96.000 unità). Dopo tre consecutivi trimestri in discesa, riprende a crescere anche il gruppo degli ex-inattivi con precedenti esperienze lavorative (+6,1%, pari a 33.000 unità).
Sostenuti dal progressivo incremento registrato nel corso del 2011, i disoccupati alla ricerca del primo impiego arrivano a rappresentare il 28,4% del totale dei disoccupati. Nel quarto trimestre 2011 l'incidenza della disoccupazione di lunga durata (dodici mesi o più) è pari al 50,6%, in aumento rispetto al 48,4% di un anno prima.

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I grandi risultati di un governo vigliacco e traditore.

venerdì 6 aprile 2012

BLU: striscioni in tutta Italia contro la revisione dell'articolo 18



Blitz contro la revisione dell'"articolo 18"
Striscione di CasaPound sui cancelli di Dana, Aquafil, Cartiere e Arcese

RIVA - Striscioni contro la "cura Monti" e la riforma dell'articolo 18, sono comparsi nella notte in una cinquantina di città italiane. A rivendicare la protesta Blu, Blocco lavoratori unitario, il sindacato nato in seno a CasaPound Italia, che aveva già messo a segno azioni contro l'Arcese e altre imprese dei trasporti.
Questa volta il gruppo altogardesano è tornato in azione con una serie di striscioni contro la riforma dell'articolo 18 comparsi a Trento in zona industriale e in Busa sui cancelli degli stabilimenti industriali della Dana, della Aquafil, delle Cartiere del Garda e di nuovo dell'Arcese.
Secondo Blu «peggiorare la condizione dei lavoratori non porterà nuovi investimenti in Italia e certamente non impedirà alle imprese di delocalizzare alla ricerca di lavoratori low cost. Non saremo mai competitivi con i lavoratori del terzo mondo che lavorano per pochi euro, senza sicurezza, senza orari, senza tutele - spiega il volantino - finché non saremo schiavi anche noi». Per questo, si legge, «non crediamo alla riforma del lavoro, non crediamo che rendere più facili i licenziamenti porterà sviluppo per il paese e di conseguenza più lavoro. Il lavoro in sé non è indice di benessere: la qualità del lavoro, la sicurezza sul lavoro, la giusta retribuzione per il proprio lavoro sono benessere».
Secondo il sindacato di CasaPound Italia, «nessuna fabbrica verrà aperta in Italia grazie a questa riforma».
l'Adige 06/04/2012





Striscioni contro la riforma del lavoro
Blitz di Casa Pound ai cancelli delle principali industrie dell’alto Garda

ALTO GARDA. Il sindacato di CasaPound si scaglia contro la riforma del lavoro del governo Monti che ha preso di mira l’articolo 18. E per evidenziare il proprio dissenso il «Blocco lavoratori unitario» ha srotolato, in tutta Italia, striscioni di protesta. In Trentino i messaggi sono stati affissi a Trento in zona industriale e nell’alto Garda sui cancelli degli stabilimenti industriali della Dana, della Aquafil, delle Cartiere del Garda e di Arcese. La protesta è andata in scena in oltre 50 città italiane. «Non crediamo alla cura Monti - il commento di Casa Pound - ridurre i lavoratori alla schiavitù non aiuterà certo lo sviluppo».
il Trentino 06/04/2012






Sbronzo chi paga


Sbronzo? Ticket da 200 euro per l'ambulanza

Arriva il ticket sugli ubriachi. Se serve l'ambulanza per andare in pronto soccorso e il tasso di alcol nel sangue è più di 1,5 grammi per litro si paga con una compartecipazione alla spesa pari a 200 euro. L'ha stabilito ieri la giunta provinciale, negli adeguamenti delle tariffe del trasporto sanitario. «Significa - ha spiegato l'assessore alla salute e politiche sociale, Ugo Rossi - avere un tasso alcolemico di molto superiore a quello stabilito per legge ad esempio per mettersi alla guida di un mezzo, pari 0,5 grammi per litro». «Sappiamo che in Trentino quasi un quarto della popolazione fra i 18 e i 69 anni ha un consumo di alcol considerato a rischio - ha aggiunto l'assessore -,per questo è indispensabile promuovere modelli di comportamento e stili di vita che rispettino la salute e la sicurezza, sopratutto a partire dalle fasce più giovani, verso le quali dobbiamo cercare di scommettere sull'educazione e sulla prevenzione, più che sui divieti».
L'obiettivo della nuova regolamentazione ha aggiunto l'assessore «non è quello di fare cassa» ma di cercare di prevenire un fenomeno, che seppur ridotto, ha degli alti costi sociali e anche in senso letterale.
A fornire alcuni numeri è il primario del Pronto Soccorso Claudio Ramponi che chiarisce anche l'identikit di chi di solito si trova ad essere soccorso dalla struttura al S. Chiara, a Trento, e in quelle omologhe degli altri ospedali della provincia. «In genere - chiarisce Ramponi - si tratta di persone tra i 15 e i 30 anni che arrivano da noi dopo happy hour o feste dopo la scuola o in discoteca» e eccedono nelle bevute. Non esiste, una statistica precisa e definita su quanti siano le persone che vengono trattate al pronto soccorso e che abbiano più di 1,5 grammi per litro di alcol nel sangue. Secondo l'esperienza del Pronto soccorso trentino, il numero di casi medi al mese è di circa 10-15 con picchi registrati nel caso di feste giovanili o universitarie oppure nel caso di quelle comandate e destinate al divertimento, come nel caso del Capodanno. In tutta la provincia si stima possano essere una trentina o poco più al mese, per un totale annuo che supera sicuramente i 300 casi.
Con la nuova norma, approvata dalla Provincia, verranno puniti solamente i casi in cui l'incidente o il malessere che richiedere l'intervento dell'ambulanza sia da ricondurre allo stato di ebbrezza. Il caso a cui si è pensato è soprattutto quello degli eccessi del week end da parte dei giovani che poi devono essere recuperati e portati in Pronto soccorso. Nel caso di maggiorenni si chiederà loro di pagare subito i 200 euro alla cassa della struttura di accettazione, nel caso di minorenni, toccherà ai genitori tirare fuori dal portafoglio la somma necessaria a partecipare alle spese di trasporto e cura in Pronto soccorso. Nel caso in cui non venisse saldato sul posto, la fattura verrà recapitata a casa, come oggi succede anche per altri tipi di pagamenti relativi a servizi che non sono coperti dal sistema sanitario provinciale.
l'Adige 06/04/2012

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Ottima idea... Così si beve uguale ma si sta male per strada. 
A quando un ticket sulle cazzate dei governanti?

sabato 24 marzo 2012

Da Riva del Garda alla Birmania, a fianco dei Karen

Il pediatra Carlo Polloni, la dottoressa Laura Rigotti, l'infermiera Monica Bravin, e poi 
Michele Ghirotti, Cinzia Fanigliulo e il nostro Claudio Chiarani in «missione» per Claudio

Sei rivani in Birmaina,
clandestini per Semeraro


«Ammiro quello che fai Claudio, prima o dopo mi piacerebbe venire con te».
Era il dieci settembre 2011, e con l'amico Claudio Semeraro guardavamo le schiume nella cascata del Varone. Il titolare con il giornalista che faceva il suo mestiere. Tredici giorni dopo l'incidente che gli tolse la vita mentre con l'amico Franco Bresciani stava andando in bicicletta a Malcesine. Questo è per te Claudio, questo racconto della «nostra» missione in Myanmar tra la gente Karen ti possa arrivare ovunque tu sia. Te lo meriti, te lo devo. Tutti te lo dobbiamo. Grazie.
Due medici rivani, il pediatra Carlo Polloni e la dottoressa Laura Rigotti, l'infermiera Monica Bravin, Michele Ghirotti, figlio del compianto grafico Lorenzo, la moglie di Claudio Semeraro Cinzia Fanigliulo e il sottoscritto sono partiti da Venezia lunedì 20 febbraio scorso alla volta di Bangkok, in Thailandia, per proseguire poi verso nord fino alla città di Mae Sot e quindi, clandestinamente, entrare nel Myanmar.
La missione della onlus Mithra fondata da Cinzia e Claudio prevede di andare a nord, sulle montagne dove l'esercito di liberazione Karen difende da sessant'anni la propria gente dagli attacchi dell'esercito birmano. Scopo visitare e vaccinare i bambini, curare eventuali malati, dare loro assistenza sanitaria, cibo, medicine, vestiti, scarpe, denaro e... affetto. Dall'aeroporto Marco Polo di Venezia via Dubai fino a Bangkok sono undici ore di volo, la sosta negli Emirati per cambiare aereo e salire da un Airbus 320 sul modernissimo Airbus 380 (ottocento posti) con il quale arriviamo nella capitale thailandese l'indomani, martedì 21 alle sei di mattina ora locale, mezzanotte esatta in Italia.
Cinzia dirige, lei qui ci è stata con Claudio altre volte e ormai è di casa. Tiene i contatti, conosce le persone, prenota la macchina con la quale da Bangkok percorreremo cinquecento chilometri alla volta di Mae Sot, importante snodo vicino al confine con il Myanmar. Partenza alle otto e venti, arrivo alle otto di sera, le due di pomeriggio in Italia. L'albergo che ci accoglie, il DK è semplice ma va benissimo. La mia stanza dà sulla sottostante trafficatissima strada, ma dopo la doccia e la cena il riposo è garantito. L'indomani abbiamo l'incontro con il colonnello dell'esercito Karen Nerdah, un signore che ha lasciato gli studi negli Stati Uniti per fare gli interessi della sua gente, e Bawa, altro signore che scoprirò essere un infermiere dalle mille capacità. Nerdah è impegnato nei colloqui con i birmani per tentare l'ennesimo cessate il fuoco, sarà Bawa ad accompagnarci coi militari in Myanmar e riportarci fuori dopo cinque giorni nuovamente in Thailandia.
Mercoledì 23 si va a far spesa: pesce essiccato, peperoncino (ne usano quantità industriali per insaporire ogni cosa), salsa di pomodoro, riso, cipolle, sigarette, aglio, caffè solubile, un po' di pasta e poi materassini, amache e zanzariere che acquistiamo per dormire nella giungla. Materiale quest'ultimo che lasceremo in dotazione ai militari, ci mancherebbe. La giornata trascorre veloce, la prima riflessione è che ci sono persone che fanno di tutto per apparire, altre per non apparire, altre per essere ma non sono, altre invece che in assoluto silenzio fanno. Cinzia, Carlo, Monica, Laura e Michele sono alcune di loro mentre io assisto a tutto questo. E' la mia prima volta in oriente, sapevo ma finché non vedi con i tuoi occhi non sai nulla. Giovedì 23 febbraio partiamo alla volta del Myanmar, la strada è «orrenda» è definirla così è un puro eufemismo. Dopo aver acquistato una ventina di galline vive si parte: i primi cento chilometri sono relativamente belli, i seguenti settanta sono un susseguirsi di salite e discese continue tra tornanti a 180 gradi dove lo stomaco si ribella più volte. Passiamo vicino al più grande campo profughi dove l'indomani, ci sarà comunicato, scoppierà un incendio che brucerà circa cinquecento baracche e causerà tre morti. Il tutto per un ubriaco che si addormenterà con una sigaretta accesa. Anche questa è una tragedia della miseria che i Karen devono sopportare. Loro non vogliono che si coltivi l'oppio, i birmani invece ne traggono grandi quantità di denaro e allora l'equazione che ne deriva è molto semplice: i Karen vanno eliminati, ma da oltre mezzo secolo, nonostante gli orfani, chi salta sulle mine di cui è cosparso l'intero territorio, chi resta mutilato, chi vive in condizioni di assoluta povertà senza nessuna assistenza si oppone a questo commercio. Il mondo, il «nostro» mondo sa tutto questo?
Pochi chilometri prima di Umpien Mai con le jeep ci buttiamo su di uno sterrato, salti e buche sono la nostra compagnia per circa dieci chilometri fino allo steccato di sbarramento del villaggio di Oo Kray Kee dove siamo accolti dai militari Karen. Una capanna è riservata a noi, e mentre quattro galline sono già in pentola ci sistemiamo per la notte. Poco dopo ci sarà il tempo per suturare un signore che si è trafitto la guancia da parte a parte con un pezzo di bambù, il suo soffrire in silenzio e la dignità con cui sopporta ago e filo non hanno bisogno di parole. Tre giorni dopo lo troveremo in un altro villaggio saltare arzillo pienamente rinvigorito. Non smetterà mai di ringraziare chi l'ha curato.
L'indomani i medici iniziano a visitare i bambini, vaccinare i nuovi e dare antibiotici e vitamine a chi ne ha bisogno. I medici rivani assistiti dai «medics» locali, una sorta d'infermieri con i quali si scambiano poche parole in inglese, lavorano tutto il pomeriggio. Cinzia esegue piccole otturazioni a chi ne ha bisogno, Bawa l'assiste e se c'è da togliere qualche dente cariato è pronto. Ad una bambina di quattro anni, stesa sul pavimento fatto di foglie di palme intrecciate si toglie un incisivo da latte. Non dirà neanche un «ahi» mentre penso che se fosse uno dei nostri le urla si sentirebbero a chilometri.
Dignità estrema, e tutti noi impariamo ogni secondo che passa qualcosa in più. Il giorno dopo ci rechiamo a piedi scortati dai militari in un altro villaggio, Kaw La Mee uno fondato grazie agli aiuti dell'associazione Uomo Libero che raggiungiamo dopo due ore di marcia e circa dieci chilometri distante dalla nostra base di OO Kray Ke. Visti i pochi bambini si decide di proseguire verso Kaw La Mee due fondato dalla Mithra. Altri bambini, altra miseria, altre storie. Il tutto sempre sotto scorta, rigorosamente sul sentiero segnato altrimenti potresti saltare su una mina.
Penso ai film sul Vietnam, alla giungla, a quella logorante guerra, alle sofferenze della gente comune per gli egoismi dei potenti e maledico tutto.
Penso all'orrore del colonello Kurtz in Apocalipse Now e quanto Coppola, il regista, abbia azzeccato il tema. Penso alla frase del profeta Isaia scritta alle Nazioni Unite: «Trasformeranno le loro spade in aratri» e mi chiedo quando gli Ak 47 dei Karen lasceranno il posto a strumenti per coltivare la terra.
La notte arriva presto, la mattina usciamo dai sacchi a pelo per indossare i vestiti bagnati, l'umidità è altissima di notte, ma di giorni si arriva anche a 40 gradi. E' lunedì, abbiamo finito e si torna. Lasciamo quella gente col cuore in mano, ci sarebbe tantissimo ancora da raccontare. Ci sarà tantissimo ancora da fare, perché laggiù noi torneremo.

Claudio Chiarani per l'Adige 24/03/2012

sabato 17 marzo 2012

Ancora soldi pubblici all'Arcese



Arcese: niente licaziamenti
ma cassa integrazione per 240

TRENTO - Alla fine Arcese non ha licenziato nessuno. L'accordo raggiunto ieri al ministero del Lavoro a Roma tra azienda e Cgil, Cisl, Uil nazionali e trentine prevede che non venga attivata nessuna procedura di mobilità e invece parta dal 1° aprile la cassa integrazione straordinaria a rotazione per un anno per 240 dipendenti, dieci in meno degli esuberi annunciati dall'azienda il 30 gennaio. Circa 80 lavoratori, un terzo del totale, fanno capo alle sedi trentine di Arco e Rovereto. Il numero però è quello massimo. Il ricorso alla cassa sarà modulato in base all'andamento del mercato.
In particolare, dei 383 autisti in forza ad Arcese Trasporti, andrà in cassa straordinaria un massimo di 190 lavoratori. La cassa integrazione sarà a rotazione, settimanale o bisettimanale. Dei 73 operai, invece, potranno essere messi in cassa integrazione un massimo di 10. Dei 389 impiegati, il tetto massimo previsto dall'accordo è 40 persone, sempre a rotazione. Sono trentini una settantina di autisti e una decina tra operai e impiegati.
Per quanto riguarda la mobilità, resta la possibilità di una scelta su base volontaria e senza numeri predefiniti per chi è vicino alla pensione. Domani i sindacati porteranno l'accordo alla discussione delle assemblee dei lavoratori di Arcese Trasporti. «Abbiamo fatto quello che potevamo - afferma Roberto Papapietro della Fit Cisl - Siamo comunque riusciti a evitare i licenziamenti e a ridurre di 10 i lavoratori interessati dalla cassa integrazione». Soddisfazione non si può esprimerla perché si tratta pur sempre di un provvedimento di interruzione periodica del lavoro, con prospettive ancora incerte sull'andamento futuro dell'azienda. Ma un certo sollievo per aver evitato un taglio drastico si percepisce nelle parole dei sindacalisti.
A Roma c'erano i rappresentanti nazionali di categoria e quelli trentini, Paolo Sboner e Giuseppe Dossi della Filt Cgil, Papapietro e Giovanni Giorlando della Fit Cisl. Della Uil Trasporti erano presenti i dirigenti nazionali. Resta l'amarezza dei sindacalisti Cgil, Cisl e Uil per gli attacchi arrivati dai Cobas, che li hanno accusati di avallare i licenziamenti e di farlo in segreto. «Chi opera concretamente invece ottiene risultati» osserva il segretario provinciale Fit Cisl Giuseppe La Pietra . La stessa azienda aveva dichiarato nelle scorse settimane di voler limitare l'impatto sociale della riduzione di lavoro. Un'azione di pressione era stata svolta anche dalla Provincia, in particolare dall'assessore Alessandro Olivi , mettendo sul piatto i nuovi progetti sulla logistica e l'intermodale a Rovereto.
Resta l'incognita dell'andamento aziendale e del mercato, che non si annuncia positivo a breve termine. Arcese punta a spostarsi sempre più dal trasporto con i tir ai servizi di logistica.
l'Adige 16/03/2012

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"non ha licenziato nessuno": per quanto ancora? E' una frase già sentita anni fa quando l'Arcese ha preso a larghe mani dalla Provincia. Frutto dei soliti accordi dei sindacati con gli industriali sulle spalle dei lavoratori.
Poi è davvero questa la soluzione? In un periodo di forte crisi economica lo stato paga l'80% della cassa integrazione di un'azienda che sposta i suoi investimenti all'estero.
Questi signori, in accordo con politici e sindacati, stanno vendendo l'Italia, e il futuro di intere generazioni. Dalla crisi non si uscirà mai finché siamo in balia degli aguzzini.

martedì 13 marzo 2012

Contrordine Compagni!


Aggredito davanti al Circolo operaio San Giorgio,
nove nomadi ubriachi hanno preso a calci un volontario: costola rotta

ROVERETO. Picchiato senza risparmio da un gruppo di nomadi ubriachi, è finito in ospedale con una costola rotta e gli arti tempestati di lividi. Tutto per aver tentato di persuadere il gruppo, incattivito dagli alcolici, ad uscire dal Circolo operaio di San Giorgio dove stavano infastidendo i soci. Fabrizio Lorenzi, ex consigliere comunale, ci è rimasto male. «Alcuni di questi giovani li conosco, uno abita qui vicino. Non mi aspettavo una reazione simile».
Il gruppetto, composto da nove nomadi, era entrato al Circolo attorno domenica pomeriggio. Non hanno fatto nulla per nascondere di essere alterati dall'alcol, tanto che la donna al bancone (moglie di Lorenzi) ha rifiutato loro da bere. Questi hanno insistito e uno di loro, che si fa chiamare Elvis, ha chiesto di parlare con Lorenzi. La moglie lo chiama e il nomade chiede a Lorenzi di lasciar correre. «Dài, stiamo festeggiando un compleanno, lasciaci bere qualcosa». Lorenzi tiene duro: «No, sapete bene che non potete restare lì. Non siete soci dei Circolo». Ma Elvis insiste, e siccome Lorenzi ha un'idea precisa di cosa significhi mettersi a discutere con un gruppo numeroso e ubriaco, acconsente, ma a una condizione: «D'accordo - spiega a Elvis -, ma solo una birra. Poi ve ne dovete andare». Incassato l'ok dei nomadi, Lorenzi si veste e si prepara per uscire: vuole andare di persona al Circolo per capire cosa sta succedendo.
Quando arriva, pochi minuti più tardi, gli si fa incontro un ragazzo del Circolo. Racconta che i nomadi volevano giocare al biliardo in quel momento occupato dallasua compagnia, e che era nata un'accesa discussione in merito a chi avesse diritto di giocare. Infatti i nove nomadi erano già all'esterno del Circolo, e stavano discutendo con gli altri ragazzi e la banconista. A dirla tutta, avevano iniziato a insultare la donna con epiteti pesantissimi e minacciosi. «Quando sono arrivato ho chiesto a Elvis cosa stesse succedendo e li ho invitati ad andarsene. Lui m'ha risposto "Sei un razzista". E poi insulti, minacciando di violentare mia moglie. "Spacchiamo le gambe ai tuoi cavalli" m'hanno detto, sanno che ho la passione dell'equitazione. Poi m'ha sputato in faccia. A questo punto ho fatto un passo avanti, ma non ho avuto il tempo di dire nulla perchè gli altri otto che mi stavanmo attorno m'hanno scaraventato a terra, iniziando a prendermi a calci. Qualcuno dei ragazzi ha chiamato i carabinieri e i nomadi, appena capito che lì sarebbe arrivata presto una pattuglia, sono fuggiti».
Tra i ragazzi che hanno assistito all'aggressione, alcuni hanno avuto la prontezza di copiare su un foglio i numeri di targa delle due auto su cui i nomadi sono fuggiti: una Alfa e una Golf. Consegnatele ai carabinieri, hanno però scoperto subito che quei numeri serviranno a poco. Corrispondono infatti ad altre auto. E' dunque probabile che si tratti di targhe autentiche ma smontate da altre vetture.
Ieri Lorenzi si è recato dai carabinieri per sporgere denuncia. Per ora contro ignoti. «Tre o quattro dei miei aggressori li saprei riconoscere subito». Già, ma mancano ulteriori appigli. I nomi, le foto segnaletiche, un riconoscimento di massima. Nei prossimi giorni i militari dell'Arma provvederanno a sentire gli altri testimoni dell'aggressione, a partire dalla moglie di Lorenzi.

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Obbedienza cieca, pronta, assoluta. - Contrordine compagni! 
La frase pubblicata sull'Unità: "Riempite i circoli di rom" contiene un errore di stampa e pertanto va letta "Riempite i circoli di rum"

mercoledì 7 marzo 2012

La regione dorata dei senza futuro



TIONE - Il 16 marzo il Tribunale di Trento deciderà se per la Molinari srl Poltrone e Divani di Tione si potrà addivenire ad un concordato preventivo. Nel frattempo più di una ventina tra la cinquantina di lavoratori che l'azienda vantava sino a qualche anno fa, deve fare i conti con il problema di essere rimasto senza lavoro. In un periodo di crisi dai contorni difficilissimi. Quattro di loro sono cinquantenni, con ulteriori difficoltà di ricollocamento sul mercato del lavoro e più della metà sono donne. «Ma tutti o quasi abbiamo coniuge, figli e talvolta un mutuo sulla casa, senza entrate dal maggio del 2011. Stiamo lottando per la sopravvivenza».
Luigi Giovanelli, Barbara Bonazza e Giuseppe Camera sono tre dipendenti della Molinari ma dicono di rappresentare «la quasi totalità dei colleghi». La loro azienda, raccontano, è nata nel 1987 lavorando sul design di alta qualità, anche con produzioni per conto terzi, grandi firme. Il massimo sviluppo l'azienda lo conobbe verso il 2000: «I dipendenti arrivarono ad essere 52 o 53». Barbara fu assunta nel 1995, Luigi nel 2000 e Giuseppe nel 2001. «Sempre ottimo - precisano - il rapporto con la proprietà. Fino a 7-8 anni fa abbiamo lavorato al massimo, non siamo riusciti nemmeno a capire bene come poi la situazione sia crollata».
La Molinari esportava molto in Germania, Belgio, Stati Uniti e Nord Europa. «I primi sintomi del crollo si ebbero a partire dall'11 settembre, dal crollo delle Torri gemelle a New York. Poi altri segnali nel 2003. La prima Cassa integrazione, poche ore a rotazione. Una cosa equa nei confronti di tutti». Ma poi, in progressione, l'azienda avrebbe percorso tutti i tristi passaggi della "crisi", con la necessità di ricorrere agli ammortizzatori sociali per l'integrazione del reddito dei dipendenti. «Eppure l'azienda si era sempre impegnata ad innovare, a fare ricerca, partecipava alle maggiori fiere del ramo, da Milano a Francoforte».
Nel 2006 i primi quattro licenziamenti. E dal 2008 il tracollo, dovuto alla deflagrante crisi mondiale: cassa integrazione seguita nel 2009 da un contratto di solidarietà in cui tutti i lavoratori decisero con la proprietà, pur di lavorare tutti, di farlo con orario minore e minore salario. «Le provammo tutte». Qualche lavoratore durante questo tragitto ebbe la fortuna di trovare un altro posto di lavoro, o di potersi pensionare. «Arrivammo ad un numero di circa 25 dipendenti. Dal maggio del 2010 una quindicina di noi finì in Cassa integrazione straordinaria a zero ore mentre gli altri continuavano col contratto di solidarietà».
Dal 17 maggio del 2011 quella quindicina di persone non riceve più nessun sostegno al reddito, né da parte dell'Inps e nemmeno da parte della Provincia. «Ora siamo in attesa di sapere del nostro destino». Altri 6-7 dipendenti lavorano invece alla Molinari con lavoro saltuario, da settembre con la difficoltà a ricevere un salario. Oltre allo scoramento tra i lavoratori serpeggia anche una certa rabbia: «I dipendenti - ci dicono i tre lavoratori - se ne sono stati zitti e buoni sinora anche perché l'azienda e il sindacato ci avevano garantito che l'azienda avrebbe chiesto il concordato preventivo. Doveva avvenire a settembre, poi si è scivolati e la richiesta è stata depositata a dicembre. Ora se passerà il concordato l'azienda potrebbe anche sopravvivere in qualche modo e in altra veste, altrimenti si arriverà al fallimento. Per noi il maggio scorso avrebbe dovuto scattare la Cassa integrazione in deroga. Ma per ragioni dovute al datore di lavoro e alla burocrazia provinciale non se ne è fatto niente. Quindi, se sarà fallimento, noi avremmo perso anche questa opportunità di integrazione del nostro reddito. Se il tribunale deciderà per il concordato invece i lavoratori potranno recuperare qualcosa».
Fin qui la vicenda lavorativa in sé. Ma dietro ci sono i risvolti sociali e psicologici, pesantissimi. «Dietro i lavoratori che non sono ancora riusciti a ricollocarsi ci sono storie di vita, di lotta e di sofferenza. Quattro o cinque di noi sono cinquantenni. E praticamente tutti abbiamo figli e dobbiamo lottare per la sopravvivenza». Vite ordinarie che però oggi si svolgono nella straordinaria precarietà. «Per più della metà si tratta di donne. - dice Barbara Bonazza - Io compio 40 anni, ho due figli. Mio marito per fortuna lavora ma è un dipendente, non grandi guadagni. Io da un anno e mezzo sono a casa, soffro di ansia e sono dimagrita. Non mi spaventa un nuovo lavoro ma è difficilissimo trovarlo». Luigi Giovanelli lavora da 32 anni, ha moglie e due figli: «Da 8 mesi non porto a casa nulla. Ho fatto varie domande di impiego ma nulla. Mia moglie lavora, è commessa, ma non basta per la famiglia. Io mi sento male. Le prospettive a 49 anni? Un drammatico punto interrogativo». Anche Giuseppe Camera è cinquantenne: «Non dormi alla notte. - dice - Vai a letto pensando al lavoro e ti alzi con lo stesso pensiero. Ti senti mancare la dignità, ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Un essere umano in questi frangenti rischia di perdersi».
Renzo Grosselli per l'Adige 07/03/2012

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Prendiamo uno regione. Una regione che ha fatto scuola, tra le altre cose, per il livello massimo di clientelismo tra politici e associazioni o amici. 
Prendiamo uno Stato. Uno Stato con a capo una lobby, insediata in maniera antidemocratica, che sta stringendo il cappio in maniera sconsiderata, con la scusa di evitare un male di certo non peggiore della cura.
Prendiamo un popolo. Un popolo oppresso dai governanti, preso per il culo dai politicanti di ogni livello, in balia di se stesso o in mano ad incapaci.
Ci sono rivoluzioni scoppiate per molto meno.

La mafia SIAE continua ad opprimere



La SIAE multa i maccheroni: 1.000 €

Quest'anno nessun contributo alla beneficenza da parte del Comitato Maccheroni di Isera. Quanto raccolto attraverso le offerte libere nel pomeriggio dello scorso 18 febbraio servirà a coprire la multa da 953,27 euro comminata dalla Siae per aver tenuto, vicino l'area che ospita le cucine, una radio accesa. Galeotta fu la passione sportiva di due tra i volontari lagarini, che si sono portati da casa un apparecchio per seguire le informazioni sulla squadra del cuore anche durante la preparazione dei maccheroni.
«Una radio vicina ai volontari in cucina c'è sempre stata - commenta Giorgio Chiusole, 72enne di Marano, presidente storico del comitato -. In 57 anni di storia dei maccheroni di Isera, non era mai successa una cosa simile». La multa, arrivata a cucine già chiuse, ha gettato un'ombra su quella che fino a quel momento era stata una giornata di successo, che aveva visto molte persone da tutta la Vallagarina «invadere» il cortile della scuola elementare per gustare la pasta al ragù e, in tanti, versare un contributo. Contributo che quest'anno andrà nelle casse della Società italiana degli autori ed editori, l'ente pubblico a base associativa nato per proteggere ed esercitare l'intermediazione dei diritti d'autore.
Quando quel sabato l'operatore della Siae giunge in piazza, la festa carnevalesca è ormai agli sgoccioli. La radio («poco più di un elettrodomestico» assicura Chiusole) è ancora in funzione, e adesso diffonde le trasmissioni di una stazione radio specializzata in musica italiana anni '60. L'arrivo dell'incaricato della Siae non è ben accolto, e ancor meno la sua constatazione che una radio accesa durante un evento pubblico è soggetta alla legge sulla tutela del diritto d'autore e che quindi occorre, come stabilisce la legge, pagare il dovuto.
Secondo alcuni testimoni alla fine sarebbe volata anche una «mestolata» ai danni dell'incaricato Siae. Almeno, è quanto lui stesso ha affermato pubblicamente da subito nella piazza, e che ha ribadito poi alla pattuglia di polizia intervenuta sul posto. Chiusole per parte sua dichiara di non aver visto nulla, se si esclude il funzionario urlante, dato che alle sei mezzo, quando si sarebbe verificato l'«attacco», la piazza era praticamente al buio. Fra i testimoni sentiti dall'Adige il sentimento dominante è che il gesto della «mestolata», seppur infelice, volesse essere più che altro un gesto goliardico e non un'offesa; un atto dettato. forse, anche dal clima carnevalesco della giornata.
Quando il giovedì successivo Chiusole si reca negli uffici della Siae di Rovereto il clima scherzoso non è più neanche un ricordo; gli viene contestata la multa. «Ho pagato subito di tasca mia - spiega -. Adesso vedremo quanto raccolto con le offerte. Certo che quei 500, 600 euro che riuscivamo a versare all'Associazione Amici del senatore Giovanni Spagnolli o alla Cooperativa Villa Maria di Lenzima, quest'anno non li avremo».
Non è stato possibile contattare l'agenzia roveretana della Siae, e la sede di Trento, cui gerarchicamente la sede della Città della Quercia fa riferimento, non ha voluto commentare in alcun modo l'accaduto, rimandando il tutto alla sede centrale romana, cui obbligatoriamente spetta la comunicazione. Il Comune di Isera, che contribuisce finanziariamente all'organizzazione della festa, si riserva qualsiasi commento in attesa che la vicenda sia verificata in pieno.

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1000 € tolti alla beneficenza nelle casse della mafia legalizzata. 
Un ulteriore dimostrazione che il cittadino è in balia dell'arroganza dei parassiti legalizzati, protetto da nessuno.
Altro che mestolate...

sabato 3 marzo 2012

Con l'azione all'Arcese nasce BLU - il sindacato di CasaPound


Autotrasporto: "Arcese prende i soldi e scappa in Romania" 
Blitz CasaPound Italia e Blocco Lavoratori Unitario a Riva del Garda 
Striscione e presidio contro 250 licenziamenti e delocalizzazione ‘occulta’ dell’azienda trentina

Riva del Garda, 3 marzo – “Arcese prendi i soldi e scappa… in Romania”. Questo lo slogan sugli striscioni, a firma CasaPound Italia e Blocco dei Lavoratori Unitario, affissi nella notte dinanzi alla Arcese spa, azienda trentina dell'autotrasporto tra le più grandi in Italia che, spiegano l’associazione e il sindacato in una nota, ‘’starebbe per avviare una procedura di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati, praticamente un quarto dei dipendenti (in Italia sono circa 1.100, 4mila in tutto il mondo). Tutto questo mentre non si fermano le assunzioni nelle filiali estere in Slovacchia, Polonia e Romania’’. Nel pomeriggio i militanti di CasaPound Italia, insieme ai lavoratori del Blu, sindacato apartitico alla sua prima iniziativa pubblica, volantineranno per le vie del centro, a Riva del Garda, per denunciare, a partire dal caso Arcese, come ‘’le multinazionali nostrane licenzino lavoratori italiani, si finanziano con soldi pubblici e intanto delocalizzino all'estero’’.
‘’In tutta la vicenda dell’azienda trentina – fanno sapere Blu e Cpi – c’è un ulteriore punto oscuro, che non trova conferme ufficiali ma nemmeno smentite: Arcese, che all'estero gode di sgravi fiscali considerevoli, avrebbe cominciato a cercare personale comunitario, immatricolando molti dei suoi mezzi nei paesi in cui sono state aperte le filiali della società. I camionisti stranieri, per poche centinaia di euro al mese, arriverebbero in Italia con la motrice Arcese slovacca, agganciando un rimorchio italiano e fermandosi a lavorare per settimane nel nostro paese’’.
‘’La politica industriale della provincia dimostra il suo ennesimo fallimento - sottolinea Alessandro Marocchi, coordinatore provinciale di CasaPound Italia Trentino – Arcese, come molte altre imprese multinazionali trentine, ha ricevuto un finanziamento pubblico nel 2009 sotto forma di lease-back per 18 milioni di euro circa, dopo un periodo di grosso ridimensionamento ma ha continuato comunque a soffrire la crisi di settore e la crisi economica. Chiediamo che la società faccia chiarezza sulle sue intenzioni e che vengano tutelati i lavoratori in Italia, con la cessazione immediata della politica provinciale di finanziamento per le imprese che delocalizzano all'estero per sfruttare dipendenti a basso costo”.

Ufficio Stampa CasaPound Italia Riva del Garda
casapoundriva@yahoo.it





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Rassegna Stampa:

il Trentino 04/03/2012

l'Adige 04/03/2012

A RIVA E ARCO CONTRO ARCESE MANIFESTA CASAPOUND:
 Protesta di CasaPound contro la ditta Arcese: nella notte, gli attivisti hanno collocato, presso gli uffici di Arco, volantini e striscioni che recitano "Prendi i soldi e scappa in Romania", in polemica con l'azienda che - dicono - acquisisce finanziamenti provinciali per ricorrere a manodopera sottopagata dell'est. Con le stesse motivazioni CasaPound ha annunciato per il pomeriggio a Riva del Garda un presidio.

AUTOTRASPORTO: 
"ARCESE PRENDE I SOLDI E SCAPPA IN ROMANIA"
Riva del Garda, 3 marzo – “Arcese prendi i soldi e scappa… in Romania”. Questo lo slogan sugli striscioni, a firma CasaPound Italia e Blocco dei Lavoratori Unitario, affissi nella notte dinanzi alla Arcese spa, azienda trentina dell'autotrasporto tra le più grandi in Italia che, spiegano l’associazione e il sindacato in una nota, ‘’starebbe per avviare una procedura di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati, praticamente un quarto dei dipendenti (in Italia sono circa 1.100, 4mila in tutto il mondo). Tutto questo mentre non si fermano le assunzioni nelle filiali estere in Slovacchia, Polonia e Romania’’. Nel pomeriggio i militanti di CasaPound Italia, insieme ai lavoratori del Blu, sindacato apartitico alla sua prima iniziativa pubblica, volantineranno per le vie del centro, a Riva del Garda, per denunciare, a partire dal caso Arcese, come ‘’le multinazionali nostrane licenzino lavoratori italiani, si finanziano con soldi pubblici e intanto delocalizzino all'estero’’. ‘’In tutta la vicenda dell’azienda trentina – fanno sapere Blu e Cpi – c’è un ulteriore punto oscuro, che non trova conferme ufficiali ma nemmeno smentite: Arcese, che all'estero gode di sgravi fiscali considerevoli, avrebbe cominciato a cercare personale comunitario, immatricolando molti dei suoi mezzi nei paesi in cui sono state aperte le filiali della società. I camionisti stranieri, per poche centinaia di euro al mese, arriverebbero in Italia con la motrice Arcese slovacca, agganciando un rimorchio italiano e fermandosi a lavorare per settimane nel nostro paese’’. ‘’La politica industriale della provincia dimostra il suo ennesimo fallimento - sottolinea Alessandro Marocchi, coordinatore provinciale di CasaPound Italia Trentino – Arcese, come molte altre imprese multinazionali trentine, ha ricevuto un finanziamento pubblico nel 2009 sotto forma di lease-back per 18 milioni di euro circa, dopo un periodo di grosso ridimensionamento ma ha continuato comunque a soffrire la crisi di settore e la crisi economica. Chiediamo che la società faccia chiarezza sulle sue intenzioni e che vengano tutelati i lavoratori in Italia, con la cessazione immediata della politica provinciale di finanziamento per le imprese che de localizzano all'estero per sfruttare dipendenti a basso costo”.

giovedì 1 marzo 2012

Il genio all'improvviso


Anziani? Una risorsa per i giovani 

"Gli anziani sono una risorsa anche per i giovani che devono affrontare la crisi". Lo ha detto il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, nel corso della premiazione del concorso 2012 "Il tempo dei giochi e i giochi di un tempo" promosso dall'Upipa. Dorigatti ha firmato anche un appello dal titolo "Insieme per invecchiare bene", manifesto che pone al centro la qualità della vita e dei rapporti umani nella tarda età.
Dorigatti ha sottolineato che manifestazioni come queste sono importanti "perchè permettono di recuperare il valore degli anziani, il valore della memoria che ci consente di affrontare con più forza le sfide, anche quella che ci è imposta dalla crisi che stiamo vivendo. Perchè gli anziani possono raccontare ai giovani le difficoltà che incontrarono dopo le distruzioni della guerra, la fatica di uscire dalla povertà e quindi dar loro forza".

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C'avete eliminato le pensioni, c'avete tolto la possibilità di comprere casa, c'avete tolto il lavoro fisso, anzi c'avete proprio tolto il lavoro, c'avete rubato il futuro. 
Tranquilli che i giovano il loro spazio se lo prendono a costo di prendervi tutti a calci in culo.

lunedì 27 febbraio 2012

Arcese delocalizza con i soldi pubblici



Arcese licenzia in Italia, assume in Romania 
e prende soldi pubblici 

A lanciare l'allarme sono i sindacati: Arcese, azienda trentina dell'autotrasporto, una delle più grandi in Italia, licenzia circa un quarto dei dipendenti italiani mentre usufruisce di aiuti pubblici e, soprattutto, mentre assume in Romania. L'azienda, che dovrebbe chiudere il terzo bilancio in rosso, per ora non commenta, né parla la Provincia di Trento. Ma intanto il Senato aiuta il settore del trasporto su gomma a non subire la concorrenza di quello su rotaia.

L’allarme è partito pochi giorni fa dal responsabile del Sindacato di Base Multicategoriale di Trento, Fulvio Flammini: Arcese Trasporti Spa, con sede ad Arco (Trento) una delle più grandi società italiane di autotrasporto, guidata da Eleuterio Arcese, presidente di Anita (associazione di categoria aderente a Confindustria), «ha avviato lo scorso 30 gennaio le procedure di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati, praticamente un quarto dei dipendenti (in Italia sono circa 1.100, 4mila in tutto il mondo, nda)».

Consapevole che la crisi del settore è forte, Flammini ha tuttavia sottolineato almeno tre aspetti peculiari dell’iniziativa: «Ci sono voluti 20 giorni perché, indirettamente, venissimo a sapere che Arcese – seguendo la normativa che prevede che in caso di richiesta di mobilità l’azienda convochi solo le sigle firmatarie del contratto nazionale – aveva, per avviare la procedura, già incontrato due volte a Roma (8 e 17 febbraio) i responsabili di Cgil, Cisl e Uil. Che evidentemente non hanno ritenuto opportuno comunicare alla totalità dei dipendenti che un quarto di loro rischia il licenziamento». Un comportamento dei sindacati maggiori che Flammini riconduce ai dissidi fra le associazioni dei lavoratori in seno ad Arcese: «Sono mesi che, insieme agli altri sindacati di base (Slai Cobas e Confederazione Cobas) cerchiamo di eleggere le Rsu, subendo il boicottaggio della “triplice”, che, consapevole di essere minoritaria, continua a ostacolare la nomina».

Giuseppe La Pietra, responsabile provinciale di Fit Cisl (la sezione del sindacato dedicata ai trasporti) ha replicato a Flammini, sostenendo che «non è stato comunicato nulla per il semplice fatto che l’azienda non ha presentato un preciso piano di impresa: non avendo dati certi, non potevamo dare notizia di alcunché, anche perché la procedura di mobilità non è stata da noi accettata e non è partita. Nel secondo incontro, quindi, il tavolo è saltato e adesso aspettiamo una convocazione dal Ministero, dopo che la Provincia non ci ha invitato al vertice organizzato con l’azienda (il 21 febbraio, nda)».

Il rapporto fra la Provincia di Trento – nello specifico rappresentata dall’assessore all’Industria Alessandro Olivi – e Arcese è proprio il secondo aspetto peculiare evidenziato da Flammini, ricordando l’operazione di leaseback con cui l’ente nel 2009 comprò da Arcese per 18,6 milioni di euro un’area di 47mila mq per poi riaffittarla all’azienda. Come ricordato dalla Provincia stessa (pag.45), l’operazione mirava allo sviluppo del traffico su rotaia e vincolava l’azienda a mantenere 791 dipendenti nelle sue sedi in provincia di Trento. «Sorvolando sulle modalità con cui si è mascherato un contributo pubblico ad un’azienda del territorio in crisi, questa è la ragione» ha commentato Flammini «per cui chiediamo innanzitutto che la Provincia faccia pressione perché Arcese, prima della mobilità, faccia richiesta di misure più idonee a garantire la salvaguardia del lavoro, come ad esempio la cassa integrazione straordinaria (fra una settimana terminerà quella ordinaria per 168 dipendenti, nda), e secondariamente che pretenda da Arcese la restituzione dei 18,6 milioni, essendo venuta meno la clausola del mantenimento dell’occupazione. Se ciò non avverrà denunceremo il fatto alla procura competente e poi ci rivolgeremo anche all’Inps per le ‘strane’ casse integrazioni che in Arcese hanno preceduto i licenziamenti».

Il riferimento alla procedura di cassa integrazione ordinaria in essere, avviata due anni fa, chiama in causa il terzo punto oscuro della vicenda. Sia Flammini che il collega Antonio Mura (in un’intervista al Trentino), infatti, hanno affermato che, a fronte dei tagli operati da Arcese da tre anni a questa parte nella forza lavoro italiana, soprattutto fra gli autisti, la società avrebbe cominciato a cercare e ad assumere personale comunitario, ma proveniente da paesi esteri (Slovacchia e Romania in particolare), immatricolando molti dei suoi mezzi in paesi in cui sono state aperte apposite filiali (l’ultima in Romania). Il che stonerebbe con i soldi che il contribuente (attraverso l’Inps) spende per pagare il personale di Arcese in cassa integrazione.

Difficile naturalmente trovare conferme ufficiali a tale pratica. Certo che a farsi un giro fra i forum dei camionisti rumeni e i siti di annunci di offerte di lavoro a Bucarest e dintorni parrebbe che presso Arcese Transport Srl (società di diritto rumeno con sede a Cluj) le assunzioni siano fioccate, anche in tempi recenti (si veda ad esempio qui, qui e qui).

L’azienda – che dovrebbe chiudere il terzo bilancio negativo di fila (-16,8 milioni di euro nel 2009 e -19,6 l’anno dopo) con un fatturato in calo (circa 250 milioni contro i 288 del 2010) – ha per ora mantenuto il riserbo: «Preferiamo non commentare. Stiamo cercando di uscire da questa situazione tutelando il più possibile i dipendenti e un gruppo che dà lavoro non a 250 persone, ma a 4mila» ha commentato Aurora Arcese. Nonostante un giorno e mezzo di approcci con il suo ufficio stampa l’assessore Olivi non ha invece trovato il tempo di rispondere alle nostre domande e di fornire un resoconto del meeting con l’azienda.

A proposito di politiche per l’intermodalità e dello switch dalla gomma alla rotaia, è curioso (quanto forse intempestivo), infine, che proprio Anita abbia diffuso questo comunicato: «La Commissione Esteri del Senato ha votato un provvedimento che conferma la volontà dell'Italia di escludere le infrastrutture per il trasporto dall'accordo internazionale che tutela il sistema ambientale alpino. Siamo soddisfatti che il Senato abbia confermato la decisione assunta dalla Camera nel 2010, sostenuta dal precedente Governo e dalla Consulta generale per l’autotrasporto e la logistica. Si tratta di un risultato importante che auspichiamo venga approvato definitivamente in aula», ha dichiarato Eleuterio Arcese, presidente di Anita. «La ratifica del Protocollo trasporti comporterebbe la rinuncia del nostro Paese alla costruzione e al potenziamento delle infrastrutture stradali sulle Alpi, con inevitabili ripercussioni sul traffico stradale dell’arco alpino, già penalizzato da misure restrittive di transito. Una limitazione al traffico stradale di merci, in assenza di una valida alternativa ferroviaria, penalizzerebbe non solo l’autotrasporto ma l’intero sistema economico italiano».

Speriamo che prossimamente Arcese possa spiegare anche quale parte dei soldi necessari a costruire «una valida alternativa ferroviaria» sulle Alpi, da decenni mancanti, venga ogni anno spesa dallo Stato per tenere in piedi i bilanci delle aziende di autotrasporto.

Fonte: http://www.linkiesta.it/arcese-romania#ixzz1naykIpls

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Sistema mafioso e assassino. Ecco chi si prende il nostro futuro.

lunedì 20 febbraio 2012

Arcese: altri 250 licenziamenti nonostante i contributi del 2009



Arcese: licenziamento per 250 dipendenti
Flammini (sindacato di base) critica Cgil, Cisl e Uil. L'azienda: solo così ci salviamo 


ARCO. Lo scorso 30 gennaio Arcese Trasporti ha avviato le procedure di licenziamento collettivo per 190 autisti, 10 operai e 50 impiegati: tutti presso le unità di Arco e di Rovereto. La stessa Arcese, due giorni fa, venerdì, avrebbe incassato dal sindacato Cgil-Cisl-Uil la conclusione - a Roma - delle procedure previste per questi licenziamenti di massa. A denunciare la riduzione di personale è Fulvio Flammini, referente provinciale del Sindacato di Base Multicategoriale.
In una nota diffusa ieri sera, Flammini afferma che «la velocità con cui si è conclusa questa prima fase delle procedure è alquanto sospetta, anche perché in Arcese vi sono tuttora 168 lavoratori in cassa integrazione fino a fine febbraio». Flammini, nella nota, ricorda come nel non lontano settembre 2009, la Provincia di Trento, con l'assessore Olivi, abbia concluso con Arcese un'operazione di lease-back che ha portato in azienda contributi per un valore di oltre 18 milioni di euro. «Questo in cambio del mantenimento della forza lavoro. Come è possibile che ora si proceda a dei licenziamenti massicci?».
«Gli esuberi di cui si parla sono gli stessi indicati nel 2009 con la dichiarazione dello stato di crisi, crisi per altro acuita dall'attuale situazione finanziaria - spiega Claudio Collotta, direttore del personale del gruppo Arcese - da mesi stiamo lavorando a Roma, con il sindacato, per trovare soluzioni che abbiano il minor impatto possibile e che permettano all'azienda di salvaguardare il patrimonio umano». Attualmente il gruppo conta 1.130 dipendenti. La conclusione dell'iter? «Riteniamo sia possibile trovare un accordo - conclude Collotta - entro la fine di marzo».

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Ancora una volta piogge di contributi che non hanno mai risolto i problemi mentre i grossi sindacati sono più attenti a prendere soldi che a difendere i lavoratori. Servi.

domenica 12 febbraio 2012

CasaPound non scorda


Marocchi: «La nostra comunità ritiene doveroso ricordare»
Le rose di CasaPound in Largo Caduti delle Foibe

RIVA. Come da alcuni anni a questa parte, ieri pomeriggio CasaPound e Blocco Studentesco hanno commemorato, deponendo delle rose, i martiri delle foibe nel luogo loro dedicato al Rione Degasperi. «Mentre in alcuni comuni d’Italia - scrive Alessandro Marocchi, coordinatore rivano e provinciale di CasaPound - si fa strada una nuova ondata di negazionismo strisciante, la nostra comunità ritiene doveroso ricordare con ancora più forza il sacrificio dei nostri connazionali infoibati o costretti ad abbandonare le loro case dalla furia slavo-comunista. Cortei vietati, spazi non concessi, manifestazioni non autorizzate per sedicenti problemi burocratici o di ordine pubblico - sottolinea Marocchi - sono modi per tradire la memoria di quei martiri e un tentativo di ributtare nel dimenticatoio una tragedia su cui il silenzio l’ha fatta da padrone per oltre sessant’anni».

il Trentino 12/02/2012

giovedì 9 febbraio 2012

1983 - 2012: Paolo presente!


Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.
Paolo Di Nella

L'aggressione...
Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.


29 anni fa moriva Paolo Di Nella:
“vittima della violenza politica”.
Dall’oblio alle targhe politically correct
Non per rivangare il passato né per un semplice diritto al ricordo ma per dovere di cronaca e di verità, perché un passante che dovesse imbattersi in “via Paolo Di Nella”, all’interno di Villa Chigi, non capirebbe. Di chi si parla? «Vittima della violenza politica», si legge nella targa. La definizione non aiuta. Non più l’oblio o la mistificazione, (si disse a caldo che venne ucciso per una faida interna) adesso c’è la generalizzazione, il “dico non dico”, quasi un senso di imbarazzo, non solo per i morti degli anni di piombo (dall’una e dall’altra parte) ma anche per un ragazzo del Fdg, ucciso a vent’anni, il 9 febbraio 1983, “per futili motivi” si legge nell’archiviazione del processo ai responsabili. Sprangato da due ragazzi fermi alla fermata dell’autobus nel quartiere Africano della capitale. Lo ridussero in coma e Di Nella morì al Policlinico di Roma dopo 7 giorni di coma. Fascista? Terrorista? Nemico? Gli anni di piombo sono alle spalle, la destra giovanile ha compiuto passi importanti nel superamento dei cosiddetti “opposti estremismi”, una parte della sinistra comincia a fare autocritica. Paolo era un ragazzo mite, che si impegnava per l’intera comunità di quartiere con il pallino di restituire un parco pubblico ai cittadini. Era colpevole di affiggere manifesti scritti a mano per l’esproprio di Villa Chigi. Tanto bastò a fracassargli il cranio. Violenza politica? È una dizione “politicamente corretta”, più attenta a non offendere gli eredi dell’antifascismo militante e l’intelligenza progressista che alla verità. Per Paolo Di Nella, come per Alberto Giaquinto o Alberto Cecchin, la dizione scelta non aiuta l’Italia a ritrovare nella memoria collettiva una nuova appartenenza. Oggi per Paolo si terrà la consueta commemorazione a piazza Gondar, saranno in tanti come sempre da 29 lunghi anni. Ma sarebbe una svolta per tutti se andasse un pezzo di popolo italiano, di destra, di sinistra, di centro, di niente...
(Gloria Sabatini per il Secolo d'Italia)

mercoledì 1 febbraio 2012

Cermis gronda ancora di sangue e ingiustizia


Sorridevo, e così ho distrutto il video
La verità del navigatore sulla tragedia del Cermis

Un filmato amatoriale sulle bellezze del Trentino, dal Lago di Garda alle vallate dolomitiche per immortalare un pezzo del Bel Paese prima di fare ritorno a casa, negli Stati Uniti. Perché il volo del Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei Marines, decollato dalla base di Aviano alle 14e36 del 3 febbraio 1998, era l'ultima missione prima della promozione del capitano Richard Ashby e del congedo del co-pilota Joseph Schweitzer. Un volo di «addestramento» che alle 15 e 13 ha colpito le funi della cabinovia del Cermis, a Cavalese, tranciandone il cavo spesso sei centimetri a una velocità di oltre 870 chilometri orari e provocando la morte dei 19 passeggeri e del manovratore. Ora Schweitzer rivela che, subito prima dell'incidente, stava effettuando riprese panoramiche con la sua videocamera. La sua faccia sorridente, in compagnia di quella del capitano Ashby, erano le protagoniste di un nastro che lo stesso Schweitzer, in preda ai rimorsi per la tragedia, ha distrutto. «Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve alla Cnn mi consumava e ho deciso: devo avere quel nastro. Il giorno dopo l'ho distrutto». È la confessione di Schweitzer contenuta nell'inchiesta di National Geographic andata in onda ieri sera sulla piattaforma Sky. Una ricostruzione del dramma di Cavalese basata sulle testimonianze inedite dei protagonisti, dagli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i militari fino al navigatore del Prowler, che per la prima volta parla e descrive quel video turistico eliminato per nascondere un pezzo di verità. Dopo la prima sentenza della Corte marziale americana, datata marzo 1999, nella quale pilota e navigatore vengono assolti dall'accusa di omicidio colposo, una seconda sentenza del maggio dello stesso anno stabilisce che Ashby e Schweitzer sono colpevoli di intralcio alla giustizia per aver distrutto un nastro video registrato durante il volo e che ne documentava la manovra spericolata. Lo stesso nastro che ora Schweitzer, nel frattempo insieme a Ashby degradato e rimosso dal servizio, definisce come un video ricordo di un «paesaggio splendido». Nel documentario di National Geographic l'accusa si interroga sulla sparizione del nastro. «Se distruggi la prova di un caso, quella diventa la prova che sei consapevole della tua colpevolezza. Se l'equipaggio avesse volato secondo le regole, non avrebbe bruciato il nastro», è la tesi degli investigatori che ora vorrebbero utilizzare queste nuove informazioni come ulteriore prova per far riaprire il processo. Quel nastro di cui inizialmente nessuno aveva parlato se non dopo che agli altri due membri dell'equipaggio seduti dietro era stata garantita l'immunità in cambio di ulteriori informazioni. Informazioni che erano state il sospetto lungo periodo in cui pilota e navigatore erano rimasti all'interno del Prowler dopo l'atterraggio d'emergenza ad Aviano al rientro da Cavalese. A quel punto Ashby e Schweitzer avevano parlato del nastro bruciato per vergogna più che per nascondere un volo non a norma. La difesa per salvare l'equipaggio ha parlato di illusione ottica, di cavi non segnalati sulle cartine e di insufficiente addestramento.

Il pilota
"Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve mi consumava."
Joseph Schweitzer

Processo in America
I pubblici ministeri italiani chiesero di processare i sette militari in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento Carlo Ancona ritenne che la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense.

Il nastro distrutto
Nel maggio del 1999 il pilota Ashby venne condannato negli Stati Uniti 6 mesi e radiato dal copo dei marines per il solo reato di distruzione di prove.
Stesso verdetto per il navigatore. Insieme distrussero il nastro.

Il risarcimento
Con una legge speciale i familiari delel venti vittime del disatro (soprattutto belgi e tedeschi) vennero risarciti con circa 4 miliardi delle vecchi lire per ogni persona deceduta. Tanti soldi ma nessuna giustizia.

La corte marziale
Dei quattro membri dell'equipaggio solo due affrontarono la corte marziale negli Stati Uniti. Il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer vennero assolti dall'accusa di omicidio colposo.

Silvano Welponer , sindaco di Cavalese,
commenta così la notizia dell'inchiesta di National Geographic: «Sono abbastanza sconvolto dalla dichiarazione del copilota secondo cui per non far vedere che stava ridendo con i suoi amici ha distrutto il video. Che giustizia non è stata fatta sulla tragedia del Cermis lo sapevamo già. Un vero processo servirebbe a salvaguardare il dolore e la verità storica. Non possiamo dimenticare quello che è stato perché sarebbe come fare morire due volte quelle venti sfortunate vittime». L'assessore provinciale Mauro Gilmozzi , allora primo cittadino del capoluogo della Val di Fiemme, sottolinea come nulla oggi sia cambiato dal punto di vista giuridico: «È stata una bravata che è costata la vita a 20 persone e che è stata coperta dagli apparati Nato della base di Aviano che sapevano benissimo di quei ripetuti voli a bassa quota alla vigilia della guerra in Ex-Jugoslavia. Una forma di arroganza che è proseguita fino ai processi che hanno sì stabilito dei risarcimenti dal punto di vista civile ma non hanno emesso alcuna condanna penale verso i responsabili. La Cnn già allora aveva mandato in onda una serie di questi video girati a bordo dei velivoli da militari spesso ubriachi. Nulla oggi, da quella tragedia, è cambiato; in vigore c'è ancora il patto di Londra del 1951 sullo statuto dei militari Nato in base al quale essi restano soggetti alla magistratura militare statunitense e in Europa continuiamo a ospitare basi della Nato gestite e condotte esattamente come allora, senza alcuna modifica del trattato. L'Europa per la difesa del suo territorio dipende sempre e comunque dalle forze alleate». Nel documentario di National Geographic, girato in valle la scorsa primavera, compare anche Gianpietro De Zolt , uno dei primi uomini del soccorso alpino giunto sul luogo dell'incidente. «Ricordo ancora adesso i due reattori dell'aereo - afferma nel video -; due bocche di fuoco». Nella neve sporca di sangue De Zolt poco aveva potuto fare, se non limitarsi a un'opera di pietosa ricostruzione dei corpi. «Ricordo che subito la nostra preoccupazione andò al pensiero che l'aereo non cadesse, con i pezzi dell'ala che avevamo trovato per terra. Come cittadino ero e rimango perplesso davanti a quello che è stato un semplice giochetto. A distanza di anni resta tutto ancora inconcepibile, come il ricordo della mia bimba di 4 anni che si spaventava ogni volta che il rombo dei motori risuonava nella valle, radente al terreno. Provo ancora e sempre quell'impotenza e quella sensazione di smarrimento di fronte a una tragedia annunciata. Il soccorritore in questi casi è a sua volta una vittima; quel giorno tutti abbiamo subito un trauma che ogni volta viene riportato alla luce, con la sofferenza che ne deriva».
l'Adige 01/02/2012

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Una tragedia. Una tragedia sembra il sempre il frutto di eventi casuali che portano ad un finale terribile. Questa non è una tragedia. 
E' una strage. 
Non una bravata. 
E' una strage. 
Compiuta con l'arroganza che solo uno straniero che occupa l'Europa può avere.

lunedì 30 gennaio 2012

Si è spento il boia di Novara


Il presidente, il prendisole e le fucilazioni

È nato nell’anno in cui abbiamo vinto una guerra, ma c’è mancato poco che beccasse il giorno in cui abbiamo deciso, in un altro conflitto, di perdere anche la faccia. Sono infatti passati 93 anni da quel 9 settembre 1918 in cui, a Novara, vedeva la luce Oscar Luigi Scalfaro. Una personalità per molti versi rappresentativa di una certa Italia. Quale? Giudicate voi.

C’è giuramento e giuramento...
Siamo a Padova, è il 1994. Il primo governo Berlusconi, così pieno di “fasci” da far tremare i commissari politici dell’Europa unita, si è insediato da poco e poco dopo cadrà. Il Presidente della Repubblica – che da due anni è, appunto, il buon Scalfaro – celebra la Resistenza anche per rassicurare gli osservatori esteri (hai visto mai che si faccia brutta figura nei salotti...). «Se si vuole un’Italia libera, stimata e forte nei valori dello spirito ci vuole un nuovo sacro giuramento per la democrazia, la pace, la libertà dell’uomo, l’unità», tuona il Capo dello Stato. La tirata d’orecchie al Cavaliere è chiara ma le parole scelte sono infelici. Insomma, se si parla di antifascismo non dovrebbe pronunciare il termine “giuramento” un campione di democrazia che pure, a suo tempo, fu magistrato militare fascista con tanto di giuramento al Duce. D’accordo, un peccatuccio veniale, a quei tempi, si sa, funzionava così e il giuramento a Mussolini era parte del rituale d’obbligo. Certo, sarebbe stato carino, in seguito, evitare di essere in prima linea anche nei tribunali dell’epurazione antifascisti. Ma la coerenza, in casa Scalfaro, non è mai stata una priorità. Il Presidente emerito, infatti, discende da un’antica famiglia baronale calabrese. Il titolo nobiliare fu concesso il 2 giugno 1814 dal re Gioacchino Murat a Raffaele Luigi Scalfaro. Solo un anno dopo, tuttavia, il sovrano finirà sul patibolo. E chi troviamo nel consiglio di guerra che decreterà la sentenza? Ma sì, lui, il neobarone Scalfaro. Dura lex sed lex.

Condanna a morte con sermone
Le arrampicate ottocentesche degli Scalfaro, tuttavia, saranno solo un amaro presagio di quanto vedremo con il nostro affezionatissimo. Nel 1945, l’Oscar Luigi – che avevamo lasciato nell’atto di diventare giudice nel nome di Sua Eccellenza – fa infatti parte del Tribunale d’ emergenza di Novara, «un tribunale militare di partigiani» secondo la stessa definizione di Scalfaro. Ed è proprio lui a condannare a morte per «collaborazione con il tedesco invasore» sei fascisti o presunti tali: l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i militi Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Il giornalista Pierangelo Maurizio riuscì a recuperare in un archivio di Torino la sentenza. Vi si legge che il brigadiere Ricci «insieme al Missiato costituì l’anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa». Finezze della giurisprudenza antifascista: si può mandare a morte uno perché «pare» (sic!) che abbia comandato una squadra... disciolta. Interessante ricordare come il magistrato Scalfaro abitasse nella stessa palazzina di quella famiglia Ricci il cui capofamiglia morì fucilato (o meglio: linciato da un gruppo di donne dopo essere sopravvissuto a un maldestro plotone d’esecuzione). Anni dopo, la figlia dell’uomo racconterà: «Ho scritto a Scalfaro per sapere se mio padre era colpevole o innocente... Scalfaro una mattina presto mi telefona, un sabato o una domenica, due parole: stia tranquilla perché suo padre dal Paradiso pregherà per lei. Tutto qua... questa è la spiegazione». Prima di mandare a morte i sei, comunque, Scalfaro si assicurò di pregare per tutta la notte insieme ai poveracci destinati a crepare per la sua condanna. Quando si dice accanirsi sulle vittime...

Sopravvissuti e sopravviventi
Ma c’è anche chi al giudice Scalfaro e alle sue sentenze capitali con sermone è riuscito a sopravvivere. Si tratta di Aimone Finestra, storico sindaco missino di Latina e già senatore sempre nelle file del partito almirantiano. Da giovane, per aver combattuto nei ranghi della Repubblica sociale, si trovò nei guai dopo la fine della guerra. Il pm, nel tribunale speciale che gli toccò in sorte, era proprio il futuro inquilino del Quirinale. Per Finestra una vicenda impossibile da dimenticare ancora oggi. «Fortunatamente – racconta la voce storica della destra pontina – non mi giudicò lui, alla fine. Scalfaro aveva chiesto la condanna a morte per me. Aveva partecipato all’istruttoria quando ero latitante. Durante il processo, per fortuna Scalfaro fu chiamato a Roma». Insomma, un incontro solo sfiorato. Per fortuna dell’imputato. I due, tuttavia, si incontreranno anni dopo: «Ci parlammo – racconta Finestra – quando io divenni senatore. Lui rimase meravigliato di vedermi, ma mi riconobbe subito. “Lei è il capitano Finestra?”, mi chiese. “Sono io”. “Mi ricordo di te, hai passato momenti terribili...”, mi rispose lui. Al che io replicai: “Vezzalini [l’ex prefetto di Novara condannato a morte da Scalfaro - ndr] ne ha passati di peggiori”. Ricordo che a questa risposta lui trasalì. Ma devo dire – continua l’ex senatore missino – che era passato tanto tempo da quei fatti, non c’era astio tra noi. Con me Scalfaro è sempre stato molto cortese in ogni incontro».

Scalfaro, Totò e il prendisole
Educato, in effetti, Scalfaro lo è sempre stato. Educatissimo. Forse un pochino rigido. Diciamo bacchettone. È rimasta famosa, a tal proposito, la reazione sdegnata dell’allora giovane sottosegretario che, nel 1950, aggredì verbalmente la signora Edith Toussan, colpevole di portare le spalle scoperte in un ristorante. Per il morigerato militante dell’Azione cattolica e rampante politico democristiano era troppo. Complice la militanza nel Msi della signora (ma che aveva, il giovane Scalfaro, un radar antifascio?) e l’ipersensibilità dell’italietta bigotta dell’epoca, il caso fece molto rumore. Il sottosegretario ricevette anche tre sfide a duello: del padre e del marito dell’insultata e della stessa Edith. Trincerandosi dietro la fede, Scalfaro rifiutò prontamente. E qui, per non farci mancare nulla, intervenne anche Totò. «La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani – scrisse il principe De Curtis in una lettera aperta – ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto». Hai capito il principe. Ma non è tutto. La missiva continuava: «Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa». Colpito e affondato.

Lui no, “non ci stava”
Ma gli anni passavano, l’Italia cambiava e quella storiaccia scivolò nel dimenticatoio. Scalfaro visse la prima repubblica alternando periodi nell’anonimato ad altri più in vista. Poi l’accelerata inaspettata: il 25 maggio 1992 viene eletto Capo dello Stato con i voti dei democristiani, dei socialisti, dei socialdemocratici, dei liberali, del Pds, dei Verdi, dei Radicali e della Rete. È un outsider, si pensa di basso profilo. Invece si rivelerà spigoloso come pochi. Coinvolto in una storia di presunti fondi neri dal Sisde relativi al suo periodo al Viminale, irromperà in televisione per dire «Non ci sto» ai magistrati. Nessuno, tuttavia, lo insultò per strada urlandogli di farsi processare. Se la cavò grazie all’articolo 90 della Costituzione: «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Le accuse, in verità, non avevano nulla a che fare con «l’esercizio delle funzioni» del Capo dello Stato. Ma la cosa passò senza fare troppo rumore. Il Fatto quotidiano, all’epoca, non era ancora nato.

Adriano Scianca per il Secolo d'Italia

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In momenti come questi bisogna avere rispetto della morte, soprattutto se riguarda persone che hanno speso tutta la propria vita per l'Italia e per lo Stato. 
Ricordiamo quindi Enrico Vezzalini, Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Presenti.