giovedì 9 febbraio 2012

1983 - 2012: Paolo presente!


Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.
Paolo Di Nella

L'aggressione...
Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.


29 anni fa moriva Paolo Di Nella:
“vittima della violenza politica”.
Dall’oblio alle targhe politically correct
Non per rivangare il passato né per un semplice diritto al ricordo ma per dovere di cronaca e di verità, perché un passante che dovesse imbattersi in “via Paolo Di Nella”, all’interno di Villa Chigi, non capirebbe. Di chi si parla? «Vittima della violenza politica», si legge nella targa. La definizione non aiuta. Non più l’oblio o la mistificazione, (si disse a caldo che venne ucciso per una faida interna) adesso c’è la generalizzazione, il “dico non dico”, quasi un senso di imbarazzo, non solo per i morti degli anni di piombo (dall’una e dall’altra parte) ma anche per un ragazzo del Fdg, ucciso a vent’anni, il 9 febbraio 1983, “per futili motivi” si legge nell’archiviazione del processo ai responsabili. Sprangato da due ragazzi fermi alla fermata dell’autobus nel quartiere Africano della capitale. Lo ridussero in coma e Di Nella morì al Policlinico di Roma dopo 7 giorni di coma. Fascista? Terrorista? Nemico? Gli anni di piombo sono alle spalle, la destra giovanile ha compiuto passi importanti nel superamento dei cosiddetti “opposti estremismi”, una parte della sinistra comincia a fare autocritica. Paolo era un ragazzo mite, che si impegnava per l’intera comunità di quartiere con il pallino di restituire un parco pubblico ai cittadini. Era colpevole di affiggere manifesti scritti a mano per l’esproprio di Villa Chigi. Tanto bastò a fracassargli il cranio. Violenza politica? È una dizione “politicamente corretta”, più attenta a non offendere gli eredi dell’antifascismo militante e l’intelligenza progressista che alla verità. Per Paolo Di Nella, come per Alberto Giaquinto o Alberto Cecchin, la dizione scelta non aiuta l’Italia a ritrovare nella memoria collettiva una nuova appartenenza. Oggi per Paolo si terrà la consueta commemorazione a piazza Gondar, saranno in tanti come sempre da 29 lunghi anni. Ma sarebbe una svolta per tutti se andasse un pezzo di popolo italiano, di destra, di sinistra, di centro, di niente...
(Gloria Sabatini per il Secolo d'Italia)

mercoledì 8 febbraio 2012

Commemorazione vittime delle foibe


Sabato 11 febbraio - ore 18:00 
 Largo Caduti delle Foibe - Rione De Gasperi - Riva del Garda 

 Commemorazione in onore di tutti i martiri delle foibe e degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia.

venerdì 3 febbraio 2012

Commemorazione vittime del Cermis


Sabato 4 febbraio CasaPound Italia porterà una corona d'alloro sulla lapide a ricordo delle vittime della Strage del Cermis del 1998, avvenuta ad opera di un aereo militare statunitense. 
La partenza da Riva del Garda è prevista per le ore 8:00.



mercoledì 1 febbraio 2012

Cermis gronda ancora di sangue e ingiustizia


Sorridevo, e così ho distrutto il video
La verità del navigatore sulla tragedia del Cermis

Un filmato amatoriale sulle bellezze del Trentino, dal Lago di Garda alle vallate dolomitiche per immortalare un pezzo del Bel Paese prima di fare ritorno a casa, negli Stati Uniti. Perché il volo del Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei Marines, decollato dalla base di Aviano alle 14e36 del 3 febbraio 1998, era l'ultima missione prima della promozione del capitano Richard Ashby e del congedo del co-pilota Joseph Schweitzer. Un volo di «addestramento» che alle 15 e 13 ha colpito le funi della cabinovia del Cermis, a Cavalese, tranciandone il cavo spesso sei centimetri a una velocità di oltre 870 chilometri orari e provocando la morte dei 19 passeggeri e del manovratore. Ora Schweitzer rivela che, subito prima dell'incidente, stava effettuando riprese panoramiche con la sua videocamera. La sua faccia sorridente, in compagnia di quella del capitano Ashby, erano le protagoniste di un nastro che lo stesso Schweitzer, in preda ai rimorsi per la tragedia, ha distrutto. «Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve alla Cnn mi consumava e ho deciso: devo avere quel nastro. Il giorno dopo l'ho distrutto». È la confessione di Schweitzer contenuta nell'inchiesta di National Geographic andata in onda ieri sera sulla piattaforma Sky. Una ricostruzione del dramma di Cavalese basata sulle testimonianze inedite dei protagonisti, dagli investigatori americani che tentarono invano di far condannare i militari fino al navigatore del Prowler, che per la prima volta parla e descrive quel video turistico eliminato per nascondere un pezzo di verità. Dopo la prima sentenza della Corte marziale americana, datata marzo 1999, nella quale pilota e navigatore vengono assolti dall'accusa di omicidio colposo, una seconda sentenza del maggio dello stesso anno stabilisce che Ashby e Schweitzer sono colpevoli di intralcio alla giustizia per aver distrutto un nastro video registrato durante il volo e che ne documentava la manovra spericolata. Lo stesso nastro che ora Schweitzer, nel frattempo insieme a Ashby degradato e rimosso dal servizio, definisce come un video ricordo di un «paesaggio splendido». Nel documentario di National Geographic l'accusa si interroga sulla sparizione del nastro. «Se distruggi la prova di un caso, quella diventa la prova che sei consapevole della tua colpevolezza. Se l'equipaggio avesse volato secondo le regole, non avrebbe bruciato il nastro», è la tesi degli investigatori che ora vorrebbero utilizzare queste nuove informazioni come ulteriore prova per far riaprire il processo. Quel nastro di cui inizialmente nessuno aveva parlato se non dopo che agli altri due membri dell'equipaggio seduti dietro era stata garantita l'immunità in cambio di ulteriori informazioni. Informazioni che erano state il sospetto lungo periodo in cui pilota e navigatore erano rimasti all'interno del Prowler dopo l'atterraggio d'emergenza ad Aviano al rientro da Cavalese. A quel punto Ashby e Schweitzer avevano parlato del nastro bruciato per vergogna più che per nascondere un volo non a norma. La difesa per salvare l'equipaggio ha parlato di illusione ottica, di cavi non segnalati sulle cartine e di insufficiente addestramento.

Il pilota
"Il pensiero della mia faccia sorridente vicino al sangue sulla neve mi consumava."
Joseph Schweitzer

Processo in America
I pubblici ministeri italiani chiesero di processare i sette militari in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento Carlo Ancona ritenne che la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense.

Il nastro distrutto
Nel maggio del 1999 il pilota Ashby venne condannato negli Stati Uniti 6 mesi e radiato dal copo dei marines per il solo reato di distruzione di prove.
Stesso verdetto per il navigatore. Insieme distrussero il nastro.

Il risarcimento
Con una legge speciale i familiari delel venti vittime del disatro (soprattutto belgi e tedeschi) vennero risarciti con circa 4 miliardi delle vecchi lire per ogni persona deceduta. Tanti soldi ma nessuna giustizia.

La corte marziale
Dei quattro membri dell'equipaggio solo due affrontarono la corte marziale negli Stati Uniti. Il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer vennero assolti dall'accusa di omicidio colposo.

Silvano Welponer , sindaco di Cavalese,
commenta così la notizia dell'inchiesta di National Geographic: «Sono abbastanza sconvolto dalla dichiarazione del copilota secondo cui per non far vedere che stava ridendo con i suoi amici ha distrutto il video. Che giustizia non è stata fatta sulla tragedia del Cermis lo sapevamo già. Un vero processo servirebbe a salvaguardare il dolore e la verità storica. Non possiamo dimenticare quello che è stato perché sarebbe come fare morire due volte quelle venti sfortunate vittime». L'assessore provinciale Mauro Gilmozzi , allora primo cittadino del capoluogo della Val di Fiemme, sottolinea come nulla oggi sia cambiato dal punto di vista giuridico: «È stata una bravata che è costata la vita a 20 persone e che è stata coperta dagli apparati Nato della base di Aviano che sapevano benissimo di quei ripetuti voli a bassa quota alla vigilia della guerra in Ex-Jugoslavia. Una forma di arroganza che è proseguita fino ai processi che hanno sì stabilito dei risarcimenti dal punto di vista civile ma non hanno emesso alcuna condanna penale verso i responsabili. La Cnn già allora aveva mandato in onda una serie di questi video girati a bordo dei velivoli da militari spesso ubriachi. Nulla oggi, da quella tragedia, è cambiato; in vigore c'è ancora il patto di Londra del 1951 sullo statuto dei militari Nato in base al quale essi restano soggetti alla magistratura militare statunitense e in Europa continuiamo a ospitare basi della Nato gestite e condotte esattamente come allora, senza alcuna modifica del trattato. L'Europa per la difesa del suo territorio dipende sempre e comunque dalle forze alleate». Nel documentario di National Geographic, girato in valle la scorsa primavera, compare anche Gianpietro De Zolt , uno dei primi uomini del soccorso alpino giunto sul luogo dell'incidente. «Ricordo ancora adesso i due reattori dell'aereo - afferma nel video -; due bocche di fuoco». Nella neve sporca di sangue De Zolt poco aveva potuto fare, se non limitarsi a un'opera di pietosa ricostruzione dei corpi. «Ricordo che subito la nostra preoccupazione andò al pensiero che l'aereo non cadesse, con i pezzi dell'ala che avevamo trovato per terra. Come cittadino ero e rimango perplesso davanti a quello che è stato un semplice giochetto. A distanza di anni resta tutto ancora inconcepibile, come il ricordo della mia bimba di 4 anni che si spaventava ogni volta che il rombo dei motori risuonava nella valle, radente al terreno. Provo ancora e sempre quell'impotenza e quella sensazione di smarrimento di fronte a una tragedia annunciata. Il soccorritore in questi casi è a sua volta una vittima; quel giorno tutti abbiamo subito un trauma che ogni volta viene riportato alla luce, con la sofferenza che ne deriva».
l'Adige 01/02/2012

***
Una tragedia. Una tragedia sembra il sempre il frutto di eventi casuali che portano ad un finale terribile. Questa non è una tragedia. 
E' una strage. 
Non una bravata. 
E' una strage. 
Compiuta con l'arroganza che solo uno straniero che occupa l'Europa può avere.

lunedì 30 gennaio 2012

Giornata del ricordo italiano in Crimea


Oggi ricorre il 70° anniversario della deportazione degli italiani di Crimea. In circa 3.000 nella notte tra il 29 e il 30 gennaio del 1942, dopo essere stati privati e depredati di tutto, vennero ammassati sul porto di Kerch, stivati prima nelle navi e poi nei carri bestiame, per finire nei gulag del lontano Kazakistan. Durante il viaggio morirono quasi tutti i bambini e gli anziani, poi...mano a mano anche gli altri; solo una minoranza di circa 300 persone sopravvisse a quell' inferno di stenti e maltrattamenti. Anche noi li ricordiamo alla Patria matrigna, che di loro si è sempre dimenticata, con la presenza di una nostra delegazione sul lungomare di Kerch, per consegnare alle acque un pensiero e centinaia di garofani, insieme agli eredi delle vittime di quell'infame genocidio.

l'Uomo Libero

Si è spento il boia di Novara


Il presidente, il prendisole e le fucilazioni

È nato nell’anno in cui abbiamo vinto una guerra, ma c’è mancato poco che beccasse il giorno in cui abbiamo deciso, in un altro conflitto, di perdere anche la faccia. Sono infatti passati 93 anni da quel 9 settembre 1918 in cui, a Novara, vedeva la luce Oscar Luigi Scalfaro. Una personalità per molti versi rappresentativa di una certa Italia. Quale? Giudicate voi.

C’è giuramento e giuramento...
Siamo a Padova, è il 1994. Il primo governo Berlusconi, così pieno di “fasci” da far tremare i commissari politici dell’Europa unita, si è insediato da poco e poco dopo cadrà. Il Presidente della Repubblica – che da due anni è, appunto, il buon Scalfaro – celebra la Resistenza anche per rassicurare gli osservatori esteri (hai visto mai che si faccia brutta figura nei salotti...). «Se si vuole un’Italia libera, stimata e forte nei valori dello spirito ci vuole un nuovo sacro giuramento per la democrazia, la pace, la libertà dell’uomo, l’unità», tuona il Capo dello Stato. La tirata d’orecchie al Cavaliere è chiara ma le parole scelte sono infelici. Insomma, se si parla di antifascismo non dovrebbe pronunciare il termine “giuramento” un campione di democrazia che pure, a suo tempo, fu magistrato militare fascista con tanto di giuramento al Duce. D’accordo, un peccatuccio veniale, a quei tempi, si sa, funzionava così e il giuramento a Mussolini era parte del rituale d’obbligo. Certo, sarebbe stato carino, in seguito, evitare di essere in prima linea anche nei tribunali dell’epurazione antifascisti. Ma la coerenza, in casa Scalfaro, non è mai stata una priorità. Il Presidente emerito, infatti, discende da un’antica famiglia baronale calabrese. Il titolo nobiliare fu concesso il 2 giugno 1814 dal re Gioacchino Murat a Raffaele Luigi Scalfaro. Solo un anno dopo, tuttavia, il sovrano finirà sul patibolo. E chi troviamo nel consiglio di guerra che decreterà la sentenza? Ma sì, lui, il neobarone Scalfaro. Dura lex sed lex.

Condanna a morte con sermone
Le arrampicate ottocentesche degli Scalfaro, tuttavia, saranno solo un amaro presagio di quanto vedremo con il nostro affezionatissimo. Nel 1945, l’Oscar Luigi – che avevamo lasciato nell’atto di diventare giudice nel nome di Sua Eccellenza – fa infatti parte del Tribunale d’ emergenza di Novara, «un tribunale militare di partigiani» secondo la stessa definizione di Scalfaro. Ed è proprio lui a condannare a morte per «collaborazione con il tedesco invasore» sei fascisti o presunti tali: l’ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i militi Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Il giornalista Pierangelo Maurizio riuscì a recuperare in un archivio di Torino la sentenza. Vi si legge che il brigadiere Ricci «insieme al Missiato costituì l’anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa». Finezze della giurisprudenza antifascista: si può mandare a morte uno perché «pare» (sic!) che abbia comandato una squadra... disciolta. Interessante ricordare come il magistrato Scalfaro abitasse nella stessa palazzina di quella famiglia Ricci il cui capofamiglia morì fucilato (o meglio: linciato da un gruppo di donne dopo essere sopravvissuto a un maldestro plotone d’esecuzione). Anni dopo, la figlia dell’uomo racconterà: «Ho scritto a Scalfaro per sapere se mio padre era colpevole o innocente... Scalfaro una mattina presto mi telefona, un sabato o una domenica, due parole: stia tranquilla perché suo padre dal Paradiso pregherà per lei. Tutto qua... questa è la spiegazione». Prima di mandare a morte i sei, comunque, Scalfaro si assicurò di pregare per tutta la notte insieme ai poveracci destinati a crepare per la sua condanna. Quando si dice accanirsi sulle vittime...

Sopravvissuti e sopravviventi
Ma c’è anche chi al giudice Scalfaro e alle sue sentenze capitali con sermone è riuscito a sopravvivere. Si tratta di Aimone Finestra, storico sindaco missino di Latina e già senatore sempre nelle file del partito almirantiano. Da giovane, per aver combattuto nei ranghi della Repubblica sociale, si trovò nei guai dopo la fine della guerra. Il pm, nel tribunale speciale che gli toccò in sorte, era proprio il futuro inquilino del Quirinale. Per Finestra una vicenda impossibile da dimenticare ancora oggi. «Fortunatamente – racconta la voce storica della destra pontina – non mi giudicò lui, alla fine. Scalfaro aveva chiesto la condanna a morte per me. Aveva partecipato all’istruttoria quando ero latitante. Durante il processo, per fortuna Scalfaro fu chiamato a Roma». Insomma, un incontro solo sfiorato. Per fortuna dell’imputato. I due, tuttavia, si incontreranno anni dopo: «Ci parlammo – racconta Finestra – quando io divenni senatore. Lui rimase meravigliato di vedermi, ma mi riconobbe subito. “Lei è il capitano Finestra?”, mi chiese. “Sono io”. “Mi ricordo di te, hai passato momenti terribili...”, mi rispose lui. Al che io replicai: “Vezzalini [l’ex prefetto di Novara condannato a morte da Scalfaro - ndr] ne ha passati di peggiori”. Ricordo che a questa risposta lui trasalì. Ma devo dire – continua l’ex senatore missino – che era passato tanto tempo da quei fatti, non c’era astio tra noi. Con me Scalfaro è sempre stato molto cortese in ogni incontro».

Scalfaro, Totò e il prendisole
Educato, in effetti, Scalfaro lo è sempre stato. Educatissimo. Forse un pochino rigido. Diciamo bacchettone. È rimasta famosa, a tal proposito, la reazione sdegnata dell’allora giovane sottosegretario che, nel 1950, aggredì verbalmente la signora Edith Toussan, colpevole di portare le spalle scoperte in un ristorante. Per il morigerato militante dell’Azione cattolica e rampante politico democristiano era troppo. Complice la militanza nel Msi della signora (ma che aveva, il giovane Scalfaro, un radar antifascio?) e l’ipersensibilità dell’italietta bigotta dell’epoca, il caso fece molto rumore. Il sottosegretario ricevette anche tre sfide a duello: del padre e del marito dell’insultata e della stessa Edith. Trincerandosi dietro la fede, Scalfaro rifiutò prontamente. E qui, per non farci mancare nulla, intervenne anche Totò. «La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani – scrisse il principe De Curtis in una lettera aperta – ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto». Hai capito il principe. Ma non è tutto. La missiva continuava: «Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa». Colpito e affondato.

Lui no, “non ci stava”
Ma gli anni passavano, l’Italia cambiava e quella storiaccia scivolò nel dimenticatoio. Scalfaro visse la prima repubblica alternando periodi nell’anonimato ad altri più in vista. Poi l’accelerata inaspettata: il 25 maggio 1992 viene eletto Capo dello Stato con i voti dei democristiani, dei socialisti, dei socialdemocratici, dei liberali, del Pds, dei Verdi, dei Radicali e della Rete. È un outsider, si pensa di basso profilo. Invece si rivelerà spigoloso come pochi. Coinvolto in una storia di presunti fondi neri dal Sisde relativi al suo periodo al Viminale, irromperà in televisione per dire «Non ci sto» ai magistrati. Nessuno, tuttavia, lo insultò per strada urlandogli di farsi processare. Se la cavò grazie all’articolo 90 della Costituzione: «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Le accuse, in verità, non avevano nulla a che fare con «l’esercizio delle funzioni» del Capo dello Stato. Ma la cosa passò senza fare troppo rumore. Il Fatto quotidiano, all’epoca, non era ancora nato.

Adriano Scianca per il Secolo d'Italia

***
In momenti come questi bisogna avere rispetto della morte, soprattutto se riguarda persone che hanno speso tutta la propria vita per l'Italia e per lo Stato. 
Ricordiamo quindi Enrico Vezzalini, Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Presenti.

domenica 29 gennaio 2012

CasaPound contro Equitalia





Prosegue oggi a Riva la raccolta firme 
CasaPound contro Equitalia 

RIVA. A Riva come in tutta la provincia è partita la raccolta di firme organizzata da CasaPound contro Equitalia. “Firma la legge, ferma Equitalia’’ lo slogan della campagna volta a promuovere, scrive l’associazione, «una legge di iniziativa popolare che limiti lo strapotere della società di riscossione dell’Agenzia delle Entrate. Un sito web (www.fermaequitalia.org), banchetti per la raccolta delle firme e centinaia di cartoline e manifesti che stanno invadendo grandi e piccole città per convincere i cittadini a sottoscrivere una proposta di legge che punta a ripristinare alcuni principi irrinunciabili di giustizia sociale, impedendo ad Equitalia di iscrivere ipoteche su immobili destinati ad abitazione principale per crediti inferiori al 30% del valore dell’immobile e di pignorare beni strumentali dell’impresa o percentuali di credito superiori al 20% del totale iscritto in bilancio; obbligandola ad applicare il tasso di interesse legale nella rateazioni dei crediti; revocandole la possibilità di condurre indagini finanziarie; diminuendo la percentuale che l’ente guadagna sui piccoli crediti riscossi raddoppiando invece la percentuale sui grandi crediti per incentivarla a perseguire i grandi evasori». In quattro anni - sottolinea Alessandro Marocchi, coordinatore provinciale di CasaPound Italia - Equitalia ha raddoppiato gli incassi e lo ha fatto soprattutto a spese di lavoratori dipendenti, pensionati, piccoli e piccolissimi imprenditori, dai quali ricava l’80% dei suoi profitti. Lo ha fatto in maniera spietata e talvolta in dispregio della legge, che ad esempio vieta ipoteche sulle abitazioni per importi inferiori agli 8.000 euro. Lo ha fatto applicando il tasso medio delle banche sui prestiti invece che l’interesse legale. E lo ha fatto optando per la strada più semplice, vessando chi magari ha poco da pagare ma ha qualche bene da farsi pignorare invece di impegnarsi a rintracciare i titolari di fatto di imprese, proprietà immobiliari e beni di lusso, magari intestati a prestanome o a società di capitali italiane o estere».

l'Adige 24/01/12


Prossimi appuntamenti alla pagina: http://rivanonconforme.blogspot.com/p/firma-la-legge-ferma-equitalia.html

giovedì 26 gennaio 2012

I vampiri sono tra noi


E' iniziata anche a Riva del Garda la raccolta firme "Firma la legge, ferma Equitalia".
Si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare che prevede di mettere un freno allo sconsiderato sistema di riscossione dei crediti. 

Servono 50.000 firme perché la legge possa essere presentata.
Fai la tua parte e ferma i vampiri.

Per sapere luogo e data dei banchetti di raccolta firme vai alla pagina: 

Tutte le info sul sito:

1887 - La Termopili d'Africa


La battaglia di Dogali

In questi giorni siamo spettatori dell'ennesimo circo mediatico ,una gara delle miserie umane; in troppi "sputano" sulla nostra nazione ed il nostro popolo. Ci accusano di vigliaccheria, mancanza d'onore, arrivismo ,ci chiamano pizza e mandolino, cliche' che mai ci sono appartenuti. Rigetto totalmente tali definizioni o accuse e ci tengo a raccontare un accadimento che celebra il suo anniversario proprio il 26 gennaio 1887 ed è definito Termopili d'Africa, a testimonianza del coraggio e dello spirito italiano.

Su una collina che costeggia il torrente Dogali in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono circondati da diecimila Abissini pronti a sterminarli. Ma cosa ci fanno li? Tutto è cominciato due anni prima con l'occupazione del porto di Maua sul Mar Rosso dal momento che nel 19° secolo il colonialismo è un esigenza per le potenze europee a caccia di nuovi mercati.
I 500 soldati sono in marcia verso la fortezza Saati assediata dai "nemici", hanno l'ordine di liberarla o resistere fino all'ultimo uomo. A pochi km dalla fortezza vengono intercettati ed assaliti dall'esercito di Ras Alula, non hanno alcuna speranza, lo sanno bene,nessuno scappa, si dispongono in quadrato e resistono fino all'ultimo uomo, fino all'ultimo proiettile per poi passare alla baionetta. A notte fonda la collina sarà cosparsa da una marea di cadaveri; un'Italia avventata nei politici e negli alti comandi, ma eroica nei suoi soldati e ufficiali che moriranno per non venire meno ad un giuramento.

Sostituiamo il nostro lamentarci e frignare con l'essere esempio per una Nazione allo sbando.

Lorenzo

domenica 22 gennaio 2012

Ridevo del sangue delle vittime


«Cermis, ho incendiato la cassetta»
La confessione di uno dei piloti: non volevo si vedesse che ridevo

TRENTO. Cermis, uno dei piloti del Prowler assassino che il 3 febbraio 1998 tranciò le funi d'acciaio della funivia provocando la morte di venti persone ha confessato, per la prima volta, di aver distrutto la videocassetta con il filmato di quel tragico volo. L'intervista al copilota Joseph Schweitzer è contenuta in un documentario del National Geographic. Il copilota venne condannato insieme al comandante di quel volo, il capitano Richard Ashby, proprio per aver distrutto la cassetta.
«Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime», ha confessato davanti alla telecamera Schweitzer. Giustizia non c'è stata, sepolta dalla ragione di Stato. Per quei venti uomini, donne e ragazzi morti mentre andavano a sciare per una folle scommessa non c'è stata giustizia.
I due piloti sono stati condannati solo per la distruzione della cassetta e non per quelle morti. Le autorità americane non hanno fatto nulla per punire i responsabili del volo che il 3 febbraio 1998 ha tranciato la funizia di Cavalese facendo precipitare nel vuoto una cabina piena di sciatori. La loro unica preoccupazione era tenere alto l'onore dei Marines, a cui apparteneva l'equipaggio, e sopire le attenzioni italiane per evitare di perdere la base di Aviano. Ma che l'assoluzione del pilota sia stata una vergogna adesso lo dicono apertamente anche gli investigatori militari statunitensi che aprirono l'istuttoria, poi estromessi dal corpo militare più famoso del mondo: «Non c'è stata giustizia».
Il documentario di National Geographic (anticipato da un articolo de «L'espresso») che andrà in onda il 31 gennaio alle 21.25 sul canale 403 di Sky, fa luce su tutti i punti oscuri della tragedia. E da forza a un sospetto: il jet volava così in basso per girare un video ricordo. Non c'era nessuna giustificazione operativa o tecnica per violare i limiti di quota e di velocità. A ricostruire la spedizione è un detective del Ncis.

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Sono passati 14 anni e nessuno ha pagato. Questa la giustizia dei liberatori.